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Uno studio, condotto da un team di ricercatori coordinato dal Muse, ha svelato la presenza di 27 nuove specie animali nelle montagne della Tanzania.
L’uomo si è ormai espanso in tutti gli angoli del globo, è andato perfino nello spazio, il nostro pianeta non ci riserva più soprese. Niente di più sbagliato. Possiamo forse illuderci di essere arrivati ovunque ma, per fortuna, non è così. Ci sono ancora posti nei quali il tempo sembra essersi fermato, nei quali la natura prosegue immutata il suo corso, nel suo costante ciclo di vita, morte e resurrezione. Un team internazionale di ricercatori coordinato dal Muse, il Museo delle scienze di Trento, ha trovato un tesoro, una sorta di Arca dell’alleanza degli zoologi.
Gli scienziati hanno infatti esplorato un’area dalla sorprendente ricchezza faunistica nelle foreste dell’arco orientale della Tanzania, note come le “Galapagos dell’Africa” per la loro straordinaria biodiversità. Per il team di biologi entrare in quella foreste, nelle quali l’aria è calda e densa di umidità, deve essere stato come entrare in Jurassic Park, accompagnati da quell’eccitazione e paura che accompagnano l’incedere verso l’ignoto. L’obiettivo dello studio era quello di raccogliere informazioni per compilare una banca dati dei vertebrati forestali, ovvero anfibi, rettili, uccelli e mammiferi, presenti in quelle montagne.
I ricercatori hanno aggiunto 41 nuove specie alla banca dati preesistente, delle quali 27 nuove per la scienza. Delle 27 nuove specie classificate 23 sono anfibi e rettili. «C’una ragione per la quale la maggior parte degli animali scoperti appartengano a queste due classi – ha spiegato Michele Menegon, ricercatore della sezione di biodiversità tropicale del Muse – le montagne che abbiamo studiato sono estremamente antiche e anfibi e rettili sono due classi di vertebrati molto antiche».
Lo studio, pubblicato sulla rivista scientifica Diversity and distributions, è il frutto di un lavoro svolto tra il 2005 e il 2009 nelle aree meno conosciute o inesplorate delle montagne dell’arco orientale della Tanzania, caratterizzate dalla persistenza di condizioni di “foresta umida” che hanno garantito la stabilità necessaria per una vasta diversificazione biologica e per una grande quantità di endemismi. Tale ricchezza di forme di vita, secondo la ricerca, è anche dovuta all’altitudine e alla piovosità dell’area di studio che si estende tra il Kenya meridionale e la Tanzania centro-meridionale.
«Lo studio indica quanto poco conosciamo aree già ritenute importanti e inserite nella lista dei 34 hotspots globali di biodiversità e dimostra come ancora oggi basilari inventari delle specie presenti in un’area siano essenziali alla conoscenza del patrimonio biologico del pianeta – ha affermato Francesco Rovero, coordinatore della pubblicazione e curatore della sezione di biodiversità tropicale del Muse – i risultati ci permettono inoltre di ordinare i blocchi montuosi per importanza biologica e identificare quali fattori sono essenziali al mantenimento di tale ricchezza, fornendo ai governi locali importanti raccomandazioni gestionali, tra cui la candidatura dell’area come patrimonio dell’umanità dell’Unesco».
Il governo della Tanzania sta valutando la candidatura dell’area nella lista dei siti naturali sotto il patrocinio dall’Unesco. Questo consentirebbe di proteggere al meglio quelle montagne che ci ricordano, una volta di più, la stupefacente vastità e complessità del pianeta del quale siamo ospiti.
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