L’esperto climatico Castellari. “Sul clima serve una svolta. Altrimenti sarà troppo tardi”

Intervista a Sergio Castellari, esperto dell’Ingv presso l’Agenzia europea per l’Ambiente, che per anni ha seguito i negoziati internazionali sul clima.

“Il mondo intero deve operare per ridurre drasticamente le emissioni di gas ad effetto serra. Gli impegni assunti finora dai governi non basteranno a centrare l’obiettivo di limitare il riscaldamento globale a 1,5 gradi. E neppure a 2 gradi”. Sergio Castellari, esperto dell’Ingv distaccato presso l’Agenzia europea per l’ambiente, ha vissuto per anni in prima persona i negoziati sul clima delle Nazioni Unite. Dal 2001 al 2014 ha lavorato come esperto climatico e negoziatore del ministero dell’Ambiente e ha partecipato a sessioni multilaterali internazionali dell’Ipcc (l’Intergovernamental Panel on Climate Change) e dell’Unfccc (La Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, organismo che organizza le Conferenze mondiali dette “Cop”). Dal 2006 al 2011 è stato anche co-presidente di Gruppi Negoziali (Contact Groups) sulla ricerca climatica a varie sessioni della stessa Unfccc. Ha vissuto dunque gioie e delusioni. Avanzamenti e battute d’arresto. Oggi, mentre il Pianeta appare ad un bivio, racconta la propria esperienza.

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Sergio Castellari, esperto di cambiamenti climatici dell’Agenzia europea per l’Ambiente. Immagine tratta da YouTube

Dopo lo slancio della Cop 21 di Parigi, a Marrakesh, Bonn e Katowice sembra ci sia stato un rallentamento. È così?
Il processo negoziale nell’Unfccc sta progredendo, potrebbe andare più speditamente, ma sta progredendo. Per garantire la piena efficacia dell’Accordo di Parigi i negoziati stanno proseguendo per preparare entro il 2020 i nuovi Contributi determinati su base nazionale (gli NDC, ovvero le promesse di riduzione delle emissioni di gas ad effetto serra da parte dei governi, ndr) e per finalizzare l’elaborazione delle regole di attuazione dell’Accordo. Ad esempio i meccanismi di trasparenza delle azioni e il loro monitoraggio. Alla Cop 24 di Katowice, che si è svolta nel dicembre del 2018, è stato adottato ad esempio il Paris Agreement Work Programme.

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A quali aspetti cruciali occorrerà prestare attenzione al termine della Cop 25 di Santiago del Cile per capire se giudicarla un successo o un fallimento?
Mi auguro che alla Cop 25 si intensifichi l’azione globale per il clima, rispondendo in maniera pratica agli inviti che giungono dalla società civile e dai cittadini, soprattutto dai giovani, per una azione verso riduzioni più drastiche di emissioni di gas climalteranti. Spero che molte nazioni si decidano a presentare promesse più ambiziose. Si dovrà inoltre continuare il lavoro di preparazione dei nuovi NDC. E auspico passi avanti su questioni cruciali come i trasferimenti di fondi dai paesi industrializzati verso quelli in via di sviluppo.

Ad oggi, i paesi responsabili della maggior parte della dispersione nell’atmosfera di gas ad effetto serra non hanno proposto nuovi piani di riduzione: lei si sente di essere ottimista o pessimista?
L’obiettivo dell’Accordo di Parigi è di mantenere la crescita della temperatura media globale ben al di sotto dei 2 gradi centigradi rispetto ai livelli preindustriali. Meglio ancora entro gli 1,5 gradi. È un obiettivo che richiede che i paesi che emettono più gas serra come la Cina (responsabile del 27 per cento delle emissioni globali), gli Stati Uniti (15 per cento), l’Unione europea (10 per cento) e l’India (7 per cento) aumentino il loro impegno. Le promesse attuali avanzate volontariamente dai governi (e non necessariamente già attuate) non potranno generare una riduzione delle emissioni globali tale da centrare l’obiettivo dei 2 gradi.

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La chiusura di numerose centrali a carbone non è bastata a far scendere le emissioni totali di CO2 negli Stati Uniti © Luke Sharrett/Getty Images

Siamo ancora in tempo?
Il “gap” deve essere colmato prima del 2030, altrimenti è improbabile che l’obiettivo di mantenere il riscaldamento globale sotto 1,5 o anche 2 gradi possa ancora essere raggiunto. Inoltre le emissioni globali di gas a effetto serra derivanti dall’uso di combustibili fossili in queste anni sono cresciute, con un tasso di circa l’1 per cento annuo nell’ultimo decennio.

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Anche in Italia stanno crescendo?
Sì, secondo la stima trimestrale delle emissioni in atmosfera di gas serra fatta dall’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra), la contrazione economica caratterizzata da un calo del prodotto interno lordo è accoppiata ad una crescita delle emissioni dovuta principalmente all’incremento dei consumi di combustibili fossili per la produzione di energia elettrica, insieme ad una riduzione della produzione da energie rinnovabili (idroelettrica ed eolica). Quindi la situazione non spinge all’ottimismo. Però l’Unione europea sta promuovendo la transizione verso una società a zero emissioni, e il suo esempio può spingere altri paesi a impegnarsi di più. Infine spero che il settore privato, che si sta già convertendo ad una produzione e ad un commercio sostenibili in alcuni settori, possa fungere da volano per ulteriori iniziative di questo tipo in tanti paesi.  

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La Cina è stata di gran lunga il principale investitore nella capacità di energia rinnovabile in questo decennio, avendo investitito oltre 750 miliardi di euro © Kevin Frayer/Stringer

Da membro della comunità scientifica ha avuto la sensazione di non essere supportato dagli stati negli ultimi anni?
Posso parlare per il nostro paese. Credo che i nostri decisori politici debbano impegnarsi di più nel confrontarsi con la comunità scientifica seriamente coinvolta nella ricerca in campi come la scienza climatica, l’adattamento e la mitigazione. Il Piano nazionale integrato per l’energia e il clima (Pniec) deve essere migliorato per includere obiettivi più ambiziosi e scelte nette per ridurre le emissioni. Ad esempio incrementando in tempi rapidi l’uso delle rinnovabili, l’efficienza e la riqualificazione energetica, l’economia circolare, la decarbonizzazione dei trasporti, le misure di adattamento e la riduzione del consumo del suolo. Un piano del genere deve avere come obiettivo l’uscita dalle fonti fossili e il rafforzamento della resilienza della società e degli ecosistemi italiani. Preferirei ci fossero meno proclami sui media e più scelte nette perseguendo obiettivi ambiziosi.

L’obiettivo degli 1,5 gradi è oggettivamente impossibile da raggiungere?
Le attività umane hanno già provocato un riscaldamento globale di circa 1 grado centigrado rispetto al periodo pre-industriale. Se si continua così, raggiungeremo gli 1,5 gradi probabilmente attorno al 2040, come spiegato nel rapporto speciale dell’Ipcc pubblicato nell’ottobre 2018. Quindi servono drastiche misure di riduzione delle emissioni globali nei prossimi decenni. È necessario ridurre la domanda energetica, decarbonizzare la produzione di energia elettrica, elettrificare i consumi finali di energia e attuare drastiche riduzioni delle emissioni anche del settore agricolo. Quindi possiamo affermare che l’obiettivo di mantenere il riscaldamento entro 1,5 gradi sarà difficile da centrare. Ma bisogna iniziare il cammino!

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In termini di quantitativi di emissioni di CO2, quando occorrerà raggiungere il “picco”, se si vorrà rispettare l’Accordo di Parigi?
Lo Special report 1.5 dell’Ipcc spiega che è necessario agire in maniera rapida per ridurre le emissioni globali di gas serra. Più tempo perdiamo, più le conseguenze saranno irreversibili e le soluzioni future saranno costose. Per limitare il riscaldamento a 1,5 gradi è necessario azzerare le emissioni nette di CO2 a livello globale verso la metà del secolo. Quindi bisogna raggiungere il picco (ovvero il momento in cui si raggiungerà il massimo storico, prima di cominciare la discesa, ndr) il più presto possibile.

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Le due ondate di caldo dell’estate 2019 in Francia hanno provocato la morte di 1.500 persone, secondo il ministero della Salute di Parigi © Bertrand Guay/Afp/Getty Images

Altrimenti le conseguenze saranno drammatiche soprattutto nelle nazioni più vulnerabili. Ma noi, in Europa, quali rischi concreti corriamo?
Anche l’Europa corre rischi climatici concreti. Alcune aree come il sud del continente e le Alpi sono sicuramente molto vulnerabili. In generale, come anche confermato negli ultimi rapporti dell’Agenzia europea per l’Ambiente (Eea), le temperature superficiali dell’aria sulle terre emerse e sui mari in Europa stanno crescendo. E i regimi di precipitazione stanno cambiando, con il nord Europa che subirà un aumento della precipitazione media, mentre il sud subirà un calo. Inoltre, gli eventi estremi come le ondate di caldo, le intense precipitazioni e le siccità stanno già aumentando. Ed aumenteranno ulteriormente in intensità e frequenza in varie zone, soprattutto nelle regioni meridionali.

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