Alla “pre-Cop” di Bonn numerose nazioni hanno denunciato inediti tentativi di mettere apertamente in discussione la scienza del clima.
Perché la tragedia della Marmolada è la sintesi perfetta, oltre che drammatica, della crisi climatica in azione. Il commento del ricercatore forestale della Sisef, la Società italiana di selvicoltura ed ecologia forestale.
Questo post è apparso per la prima volta sul profilo Facebook dell’autore il 4 luglio
La tragedia della Marmolada rappresenta il clima che cambia. Non solo perché nel giorno stesso del crollo sulla punta più alta delle Dolomiti si è raggiunto il picco di temperatura (10,3 gradi centigradi a 3.300 metri di altezza). E non solo perché i ghiacciai rispondono al caldo anche così, con bruschi crolli, e non soltanto con una lenta e graduale fusione – che li condanna comunque alla probabile scomparsa sotto i 3.500 metri su tutte le Alpi.
Ma anche perché la scomparsa del ghiacciaio della Marmolada, graduale o improvvisa, è una immagine fedele di come agisce la crisi climatica. Un recente studio del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr) ha accertato che in dieci anni il ghiacciaio ha perso un terzo del suo volume. È un processo che accelera da solo, un tipping point: il ghiaccio che fonde scopre le rocce scure che attirano più calore rispetto alla superficie gelata di colore bianco. Contemporaneamente, l’acqua di fusione si accumula sul fondo del ghiacciaio, scorre tra ghiaccio e roccia e lubrifica la massa glaciale, che scorre così ancora più velocemente. Avviene in Groenlandia, sulla catena dell’Himalaya, ora sulle Alpi.
La stessa cosa avviene, a scala più ampia, in vari punti della Terra: la crisi climatica innesca circoli viziosi, fenomeni che si autoalimentano e che rischiano di scappare di mano. Il rallentamento della corrente del Golfo, la “savanizzazione” dell’Amazzonia, lo scioglimento del permafrost: processi che accelerano all’improvviso e non si fermano facilmente, e che sarebbe meglio non innescare.
Se oggi bloccassimo le emissioni di CO2, le temperature smetterebbero di aumentare nel giro di pochissimo tempo. Resterebbero stabili per qualche decennio, con tutti gli effetti che vediamo oggi, prima di scendere lentamente grazie all’assorbimento di carbonio da parte degli ecosistemi naturali. Ma nel frattempo i ghiacciai se ne saranno andati in gran parte, compresa la Marmolada, tra appena venti o forse trent’anni.
E con loro, verrà meno la fornitura d’acqua durante l’estate. Il 20 per cento dell’acqua che arriva in pianura ogni anno viene dai ghiacciai, soprattutto nei mesi più caldi. Il seracco sulla Marmolada e la siccità di portata secolare che avvolge l’Italia sono strettamente collegati – in fondo sono la stessa notizia.
Oggi la concentrazione di CO2 nell’atmosfera è 420 parti per milione (ppm) – il 50 per cento in più di quando abbiamo iniziato ad emetterla, 150 anni fa.
Dopo maggio, anche giugno (+2,88 gradi rispetto alla media 1991-2020) resta il secondo mese più caldo mai registrato in Italia, secondo solo al 2003 (+3,44 gradi). E questa settimana sono stati installati ancora troppo pochi gigawatt di impianti di energia rinnovabile in Italia. Questa è la vera sfida che dobbiamo accelerare.
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