La risoluzione Onu non ha carattere vincolante ma può aprire la strada a scuse pubbliche e risarcimenti. Gli Usa hanno votato contro, l’Italia si è astenuta.
I deputati del Venezuela hanno spiegato che una proroga dello stato d’emergenza, chiesta dal presidente Nicolas Maduro, altererebbe l’ordine democratico.
Aggiornamento 18 maggio 2016, ore 09:50
Nella notte tra martedì e mercoledì il parlamento venezuelano, controllato dall’opposizione al presidente Nicolas Maduro dopo le elezioni legislative dello scorso dicembre, ha rigettato la proposta di prorogare lo stato di emergenza decretato dallo stesso leader sudamericano. I deputati hanno votato per alzata di mano e hanno giustificato la loro decisione in quanto, a loro avviso, lo stato d’emergenza “rende ancor più profonda la grave alterazione dell’ordine costituzionale e democratico che sta subendo il Venezuela”. Occorrerà a questo punto attendere le contromosse di Maduro.
La crisi del Venezuela non accenna ad attenuarsi. Il presidente Nicolas Maduro ha prorogato infatti di altri tre mesi lo stato di emergenza, che gli conferisce poteri speciali. E ha fatto sapere che il provvedimento potrebbe essere mantenuto fino al 2017.
In particolare, secondo quanto riportato dall’agenzia Afp, il leader latinoamericano starebbe preparando una serie di manovre militari per affrontare la “minaccia esterna” evocata a più riprese dallo stesso Maduro, che punta il dito contro gli Stati Uniti e avverte che occorre preparasti “a qualsiasi scenario”. L’esercito ha pubblicato sabato un comunicato nel quale denuncia una campagna sistematica volta a screditare e provocare, “orchestrata dall’estero”. Il governo ha inoltre minacciato nella giornata di sabato “la confisca delle fabbriche paralizzate dalla borghesia, nonché l’arresto degli imprenditori con l’accusa di sabotaggio ai danni del paese”.
La situazione economica della nazione sudamericana appare in effetti ai limiti dell’esplosione. Il sistema è stato colpito in modo dirompente dal crollo internazionale dei prezzi del petrolio, con l’oro nero che rappresenta gran parte della ricchezza del paese (tra i primi al mondo in termini di riserve di greggio).
La popolazione deve inoltre fronteggiare un’inflazione alle stelle: i prezzi sono cresciuti del 180,9 per cento nel corso del 2015 e si prevede che la fiammata possa toccare un +700 per cento quest’anno. A ciò si aggiunge un crollo del prodotto interno lordo pari al 5,7 per cento, nei dodici mesi terminati lo scorso 31 dicembre: recessione che potrebbe assestarsi su valori simili, se non superiori, anche nel 2016.
Da settimane ormai l’energia elettrica è stata razionata, con black-out imposti per limitare i consumi (un “sacrificio necessario”, ha spiegato il governo), mentre i servizi pubblici sono aperti solamente due giorni a settimana. È stato registrato, inoltre, un aumento di furti e rapine negli esercizi commerciali, assieme ad un’ondata di proteste.
Ma a scendere in piazza non è solo l’opposizione, ovvero la parte di popolazione che ha firmato la richiesta di un referendum per destituire Maduro (che non è stato accettato dal governo). A manifestare sono stati anche i sostenitori del presidente, che difendono l’operato del governo: secondo la stampa internazionale, il rischio di uno scontro tra le due anime del Venezuela non può essere escluso.
Da parte loro, gli Stati Uniti hanno evitato per ora di intervenire pubblicamente sulla questione. Secondo il Washington Post, tuttavia, alcuni responsabili dei servizi segreti americani avrebbero indicato che il governo venezuelano potrebbe essere rovesciato da un’insurrezione popolare entro la fine dell’anno.
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