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Una faida interna è esplosa nel fronte sunnita che controlla il sud dello Yemen. Decine i morti e centinaia i feriti. Popolazione sempre più allo stremo.
Tra attentati suicidi e popolazione allo stremo, nella guerra che dilania da tre anni lo Yemen si è aperto un nuovo fronte. Il blocco sunnita che combatte i ribelli houti e controlla il sud del paese si è infatti spaccato tra coloro che sono rimasti leali al presidente Abdrabbuh Mansour Hadi e quelli, separatisti, che invece chiedono al governo locale di fare un passo indietro.
Così, da alcuni giorni si moltiplicano gli scontri tra gli ex alleati nel Sud del paese, che si intrecciano con gli attacchi dei militanti islamici. Quattordici soldati sono stati uccisi nella mattinata di martedì 30 gennaio nella provincia di Shabwa. L’attacco ha preso di mira un posto di blocco tenuto da separatisti sostenuti dagli Emirati Arabi Uniti nella città di Ataq. Secondo fonti anonime riferite dall’agenzia Afp, la paternità dell’attentato andrebbe ricondotta a gruppi estremisti legati ad al-Qaeda. Testimoni oculari hanno parlato di un kamikaze che si è lanciato a bordo di un’autobomba sul checkpoint, facendosi saltare in aria. E di uomini armati che immediatamente dopo hanno aperto il fuoco contro i militari.
Yemen’s prime minister prepares to flee as separatists reach presidential palace gates https://t.co/9pZGmDvhwJ
— TIME (@TIME) January 30, 2018
La provincia teatro dell’attacco è controllata dal governo del presidente Hadi, sostenuto a sua volta da una coalizione militare guidata dall’Arabia Saudita, presente nello Yemen dal 2015 con l’obiettivo di sedare, nel nord, la rivolta dei ribelli sciiti houti. Questi ultimi hanno però conquistato vaste regioni settentrionali della nazione, compresa la capitale Sana’a, nella quale lo scorso 4 dicembre è stato ucciso l’ex presidente Ali Abdallah Saleh.
Intanto, nelle regioni meridionali, la faida interna tra separatisti e lealisti si è trasformata da domenica 28 gennaio in un aspro conflitto armato. Fonti internazionali parlano di almeno 36 morti e più di cento feritinella città portuale di Aden, la seconda più importante dello Yemen. Proprio domenica, infatti, è scaduto un ultimatum da parte del Consiglio di transizione del sud, organismo decisionale dei separatisti che chiedeva la destituzione del primo ministro Ahmed ben Dagher. Il governo, da parte sua, ha parlato invece di “tentativo di golpe”.
Intanto, sempre a Aden, la popolazione è sempre più allo stremo. Lo stato è incapace di assicurare i servizi di base: scuole e ospedali sono nel caos. Un pescatore sessantenne, intervistato dalla radio francese France Info ha parlato di “vita impossibile: tutto costa cifre esorbitanti ormai, la nostra moneta nazionale non ha più alcun valore. Non ci sono più leggi, più istituzioni. Non ce la facciamo più”.
L’emittente riferisce inoltre di “strade della città invase da montagne di rifiuti, nelle quali adulti e bambini frugano alla ricerca di cibo”. La fame è già una realtà nel nord controllato dagli houti, poiché sottoposto a un duro embargo da parte dei sauditi. Per questo, numerosi profughi hanno abbandonato la capitale Sana’a nei mesi scorsi, trasferendosi proprio a Aden.
Yemen’s complicated war just got more complicated — explained in 5 questions https://t.co/oofQznkuHA pic.twitter.com/UGLDmCzwJQ
— Al Jazeera English (@AJEnglish) January 30, 2018
Un reportage della televisione Yemen Today ha mostrato una famiglia intera morta di stenti nella propria casa. Una situazione che è ormai talmente drammatica da convincere molti ad unirsi alle milizie ribelli houti, con l’obiettivo di guadagnare ciò che serve per nutrire parenti e amici. Il che alimenta ulteriormente una guerra che si annuncia ancora molto lunga, in uno scacchiere sempre più complesso.
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