Maida Bilal, vincitrice del Goldman, e le donne che hanno salvato un fiume in 503 giorni

“Eravamo tranquille, gentili. Poi ci siamo trasformate pur di difendere il nostro fiume selvaggio nei Balcani”. L’intervista a Maida Bilal, vincitrice del Goldman environmental prize 2021.

La prima impressione che si ha di Maida Bilal è di una donna semplice, di una persona comune che rischi di non notare se immersa in un contesto quotidiano dove il primo impatto è quello che conta. Eppure Bilal ha vinto il premio più importante per chi lotta per difendere la Terra dai soprusi degli essere umani. È lei una dei sei vincitori del Goldman environmental prize 2021. Premiata per aver guidato un gruppo di donne del suo villaggio, in Bosnia-Erzegovina, contro la costruzione di due dighe e di un “piccolo idroelettrico”, come viene definita una centrale di piccole dimensioni. 300 donne (e uomini) che hanno bloccato pacificamente un ponte per 503 giorni impedendo l’ingresso di mezzi pesanti, bulldozer e materiale da costruzione. Così facendo, a dicembre del 2018, hanno definitivamente cancellato il progetto che avrebbe messo a rischio la vita del fiume Kruščica da cui anche il villaggio di Bilal prende nome. La regione dei Balcani, infatti, è oggetto di un boom legato al piccolo idroelettrico che sta danneggiando la biodiversità dei territori, a partire dai fiumi incontaminati che la caratterizzano. Di seguito, l’intervista a Maida Bilal.

Chi è Maida Bilal?
La mia è stata una vita normale, da genitore single che lotta per far trovare ogni giorno a sua figlia il cibo sulla tavola. Cercando di vivere una vita onesta, normale, alla ricerca costante di un lavoro dignitoso. Volevo essere una cittadina che potesse dare qualcosa al mio paese e alla mia comunità e, ovviamente, alla mia famiglia. Ho la sensazione che la mia fanciullezza mi sia stata rubata, ma ho superato quelle difficoltà e sono andata avanti. Ho sempre lottato per la giustizia e ho cominciato – credo fosse il 1996 o 1997 – fin da subito a interessarmi a forme di attivismo civico. Ma è stata questa esperienza, tra tutte, a dar forma ai miei sentimenti, alle mie sensazioni e al mio desiderio di essere ancora più utile.

Com’è iniziata la sua vita da attivista?
Nel mio paese ci sono molte ingiustizie, così mi è capitato spesso di discutere a lungo con i miei amici su questioni che ci riguardavano. Poi, crescendo, mi sono interessata a questioni via via più serie, in particolare che riguardavano i giovani. È successo, semplicemente. Sono entrata in relazione con persone che la pensavano come me e siamo cresciuti insieme.

Ci può raccontare com’è nato il movimento contro la diga sul fiume Kruščica?
La strada dell’attivismo è molto dura, ma nel caso del fiume Kruščica (da cui prende il nome il villaggio, ndr) tutto è avvenuto spontaneamente. Ci sono momenti che non ho piacere a ricordare. Non mi immaginavo che la lotta sarebbe stata così difficile, così pesante. Ha segnato me e le donne del mio villaggio. Ciò che conta è che qui abbiamo ottenuto una piccola vittoria. La mini-centrale idroelettrica non verrà costruita sul nostro fiume. Ora vogliamo incanalare la nostra energia e tutta la positività frutto delle nostre esperienze e condividerle con chiunque, non solo qui in Bosnia-Erzegovina, ma con tutte le persone che stanno affrontando problemi ambientali simili. Dal momento che abbiamo ricevuto supporto da persone provenienti da ogni parte del mondo, ci sentiamo in dovere di fare altrettanto, per quanto ci è possibile. Preferiamo concentrarci su questo piuttosto che ricordare i momenti difficili della nostra lotta.

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L’attivista bosniaca Maida Bilal © Goldman environmental prize

Come mai questa lotta è stata intrapresa da un gruppo di sole donne?
C’erano anche uomini con noi, che ci hanno supportato. In ogni caso è un dato di fatto che c’erano molte più donne sul ponte e, man mano che le cose prendevano piede, siamo diventate più ostinate. Così l’attenzione è ricaduta su di noi (donne, ndr). I nostri uomini sono stati comprensivi e ci hanno aiutato nei turni notturni, visto che il nostro impegno andava avanti 24 ore su 24. Così ci alternavamo. È stato un grande sollievo perché avevamo bisogno di prenderci cura anche delle nostre famiglie e dare una mano a casa.

Che significato ha per lei, Maida Bilal, e per la sua comunità “quel” fiume?
Sono cresciuta su quel fiume. E posso dire che il fiume di quando ero una bambina era completamente diverso. Sono cresciuta ascoltando le storie magiche di mio padre, storie degli anni Cinquanta quando nevicava tantissimo e il fiume gelava. Oggi, quando porto mia figlia al fiume, non è più lo stesso. Non è il fiume dei racconti di mio padre da bambino.

Anche io ho trascorso la mia gioventù nel Kruščica, è qui che ho imparato a nuotare. È un fiume selvaggio e ho litigato con lui, ma ne siamo usciti. Sono riconoscente al fiume perché ha influenzato la mia vita in tanti modi e mi ha reso la persona che sono oggi. Ora che sono adulta conosco l’importanza dell’acqua. So che è fonte di vita. So che se me lo portassero via, onestamente, morirei. Lo dico perché purtroppo molti piccoli torrenti che sgorgano dalla montagna e alimentano il fiume stanno sparendo a causa del disboscamento. Negli ultimi venti, trent’anni abbiamo visto il bosco sparire davanti ai nostri occhi. E quando il bosco non ci sarà più qualcuno potrà dire che ora è il turno del fiume, in cambio di qualche posto di lavoro.

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Il fiume fiume Kruscica, in Bosnia-Erzegovina

Cosa succede alla vita di un fiume, alla biodiversità dopo la costruzione di una diga? Perché è così dannosa?
Le centrali idroelettriche danneggiano e distruggono la biodiversità. Il punto è che dopo che vengono costruite le dighe, i letti dei fiumi si asciugano, quindi non rimane più alcuna specie. Quindi questi progetti non possono essere declinati in nessun modo “corretto”. Siamo nel Ventunesimo secolo, la tecnologia ha fatto passi da gigante e i governi possono decidere di investire in altre forme di energia rinnovabile, come il solare o l’eolico. Speriamo che il nostro governo lo capisca e vieti questi impianti idroelettrici. Solo così salveremo i nostri fiumi.

Che ruolo ha avuto l’azienda di outdoor Patagonia nella vostra lotta?
La campagna e il ruolo di Patagonia sono stati molto importanti. La questione è che non è solo il nostro villaggio, il nostro fiume a essere sotto attacco, ma tutti i fiumi dei Balcani e anche d’Europa. È molto triste sapere che i fiumi non vengono protetti dalle costituzioni nazionali, come dovrebbe essere. Colgo l’occasione per segnalare che la Bosnia-Erzegovina ha il minor numero di aree protette d’Europa. Sono preoccupata dal fatto che le istituzioni non facciano abbastanza. E anche dove esistono queste aree protette, si fanno progetti orribili. Vengono costruiti impianti idroelettrici. Per questo Patagonia (con la campagna Save the blue heart of Europe) ha contribuito enormemente ad aumentare la consapevolezza sull’importanza dei fiumi, su ciò che rappresentano per le persone.

Cos’ha provato quando ha ricevuto la telefonata del Goldman?
Sono rimasta scioccata, poi è subentrata la felicità. Ma la prima reazione è stata di shock. Vivo in un piccolo villaggio, lottando per il mio fiume, cercando di gestire le emozioni. Non avevo idea del fatto che qualcun altro stesse seguendo la mia storia! L’ho fatto esclusivamente per il bene del fiume. Nella mia lingua la parola “fiume” (rijeka) è femminile. Le donne hanno questa forma di relazione in cui si proteggono a vicenda. Pensavo fossimo tranquille, carine e gentili. Ci siamo trasformate letteralmente in un fiume selvaggio.

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