Primo ok alle legge delega, ma i primi reattori modulari di piccole dimensioni arriveranno tra 10 anni. E per la fusione se ne parla dopo il 2040.
Avviato i lavori delle Nazioni Unite per redigere il primo accordo globale per la protezione delle acque internazionali. Ma non arriverà prima del 2020.
Si è tenuta presso la sede delle Nazioni Unite di New York la prima riunione dei paesi membri finalizzata a porre le basi di un accordo internazionale per la protezione ambientale delle acque internazionali. I delegati delle nazioni che hanno partecipato all’incontro hanno lavorato per due settimane, dal 28 marzo all’8 aprile.
L’obiettivo è stabilire delle regole comuni per la conservazione del mare al di là delle cosiddette zone economiche esclusive, ovvero quelle che vanno oltre le prime duecento miglia marine dalla costa. Alla riunione hanno partecipato anche i rappresentanti di numerose Ong: “La riunione è stata molto produttiva – ha spiegato Elizabeth Wilson, direttrice della divisione Oceani presso il Pew Charitable Trusts, secondo quanto riportato dall’agenzia Afp -. Gli stati hanno discusso in modo costruttivo convenendo sulla necessità di un sistema di regole internazionale”.
Allo stesso modo, un diplomatico europeo si è dichiarato “favorevolmente sorpreso”, soprattutto in merito all’atteggiamento di alcune nazioni che sfruttano in modo intensivo la pesca d’alto mare (Usa, Giappone, Canada e Russia). I loro delegati, infatti, sebbene “con sfumature diverse”, hanno fatto la loro parte: “Apparentemente potremo centrare l’obiettivo”.
Il cammino delle trattative sarà tuttavia ancora lungo. Una seconda riunione è prevista, sempre nella città americana, tra il 26 agosto e il 9 settembre. Mentre altri due incontri saranno organizzati nel 2017. Nel frattempo, alla presidenza di Trinidad e Tobago è stato chiesto di preparare un riassunto dei lavori svolti finora e una “road map” per il futuro.
Per ora, alcune istanze promosse dalle Ong e dai paesi in via di sviluppo sarebbero state poste in stand-by. È il caso, ad esempio, della richiesta di considerare le acque internazionali – che rappresentano il 64 per cento degli oceani e il 43 per cento della superficie della Terra – come un “patrimonio comune dell’umanità”. Nonostante le divergenze, le associazioni sperano che il nuovo trattato possa entrare in vigore entro il 2020 (più caute le diplomazie internazionali, che parlano del 2022-2023).
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