Perché l’agroecologia fa bene all’ambiente e alle aree protette

L’agroecologia è il primo passo per rilanciare le aree protette italiane, ridurre il consumo di suolo e promuovere il biologico. L’editoriale della presidente di Legambiente.

Nella settimana dedicata all’ambiente, alle aree protette e alla biodiversità, ci sembra doveroso fare un passaggio e aprire una riflessione anche sul ruolo e sul contributo che l’agricoltura sostenibile e le buone pratiche possono dare al futuro dei parchi. Un’agricoltura sostenibile e innovativa che ormai abbraccia più campi come nel caso dell’agroecologia, un nuovo approccio territoriale e agricolo che fa bene all’ambiente e che è in grado di offrire grandi opportunità anche sul piano del contenimento dei cambiamenti climatici. Allora perché non promuoverlo anche nelle aree protette tenendo conto del ruolo importante che possono giocare i biodistretti – i territori vocati al biologico dove soggetti pubblici e privati stringono un accordo per promuovere le colture bio – e le strategie ecoregionali, nel quadro integrato approvato dal consiglio d’Europa per sostenere le politiche nazionali di gestione territoriale.

Pantelleria è parco nazionale
Pantelleria è Parco nazionale

Conservazione nella natura, uso sostenibile delle risorse e agricoltura sostenibile

È questa la sfida che Legambiente, insieme all’Osservatorio europeo del paesaggio e all’Inner (Rete internazionale dei biodistretti), ha lanciato nei giorni scorsi da Padula, in provincia di Salerno, un territorio a grande vocazione agricola dove è stata presentata la Carta di Padula per la promozione dell’agroecologia nell’ambito del forum dedicato a questo tema.

L’obiettivo è quello di diffondere la cultura della conservazione della natura e dell’uso sostenibile delle risorse, ma anche di accrescere la consapevolezza e l’importanza di sviluppare sistemi agroecologici sostenibili, per contrastare i cambiamenti climatici, combattere la fame nel mondo e la povertà agricola, contrastare ed eliminare lo spreco alimentare e garantire opportunità sociali ed economiche. Una sfida importante, innovativa, che guarda a un nuovo tipo di agricoltura sostenibile e a un percorso finalizzato a rafforzare la produzione agricola biologica nei parchi entro il 2020, e magari rendere le produzioni dei parchi 100 per cento bio e libere dai pesticidi. Un obiettivo che è alla portata dell’Italia, nei cui territori esistono già tantissime esperienze virtuose a partire dalle diverse regioni del sud Italia come la Campania che abbiamo scelto proprio per parlare di agroecologia. Un tema centrale anche per la Fao che nell’aprile 2018 ospiterà a Roma il secondo simposio internazionale dedicato all’agroecologia.

Agricoltura-biologica
L’agroecologia è il primo step per rilanciare le aree protette italiane

L’agroecologia nelle aree protette

Siamo convinti che l’agroecologia rappresenti un primo step dal quale partire anche per rilanciare le aree protette italiane, ridurre il consumo di suolo, promuovere il biologico ed eliminare l’uso di pesticidi nelle aree protette e porsi in linea con gli obiettivi indicati dalle Nazioni Unite che prevedono, entro il 2020, un aumento dell’estensione globale delle superfici protette di almeno il 17 per cento per il territorio e il 10 per cento per la superficie marina. Le aree protette possono essere un importante incubatore per progetti di sviluppo rurale sostenibile e di valorizzazione delle comunità locali. Ad oggi ospitano tantissime imprese agricole che attraggono per altro visitatori e turisti. Si tratta di un capitale naturale di straordinaria importanza su cui puntare per creare lavoro qualificato e valorizzare i territori.

Per questo, come abbiamo spiegato nella Carta di Padula, siamo convinti che promuovere l’agroecologia nelle aree protette significa tener conto anche dei biodistretti e della ecoregione mediterranea che possono dare un importante contributo a livello macro e micro territoriale. Occorre dunque crederci e scommettere davvero sull’agroecologia.

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