Amazzonia, a rischio 13 milioni di ettari di foresta a causa della guerra commerciale tra Usa e Cina

La Cina dovrà trovare altrove la grande quantità di soia che importava dagli Usa e il principale candidato è il Brasile, che per incrementare le sue esportazioni agricole dovrà abbattere grandi aree di foresta.

La foresta amazzonica potrebbe essere la vittima incolpevole della guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina. Nel luglio del 2018 è scoppiata quella che il ministero del Commercio di Pechino ha definito la “più grande guerra commerciale della storia dell’economia”, che ha portato Usa e Cina a imporre pesanti dazi su alcuni rispettivi prodotti che hanno causato perdite per le industrie di entrambi i paesi. Tra i prodotti statunitensi tassati dalla Cina c’è la soia, utilizzata principalmente per alimentare il bestiame.

Questo provvedimento in particolare sembrerebbe aver innescato reazioni a catena, subito dopo l’annuncio della Cina il prezzo globale della soia è crollato, mandando nel panico gli agricoltori statunitensi che hanno visto ridursi le esportazioni verso la Cina del 50 per cento. Ma cosa c’entra la foresta amazzonica? Se la Cina non comprerà più la soia dagli Stati Uniti dovrà trovare un altro fornitore che soddisfi la sua elevata domanda, e questo potrebbe essere il Brasile che per incrementare le sue esportazioni, dovrà deforestare grandi aree di foresta tropicale.

Campo coltivato a mais e soia nell'Iowa
Anche in passato le guerre commerciali hanno provocato aumenti nella produzione di soia in Brasile. A seguito di un embargo statunitense del 1980 sulle esportazioni di soia verso l’Unione Sovietica, la quantità di terra destinata alla sua produzione in Brasile è più che raddoppiata © Scott Olson/Getty Images

Quanta soia dovrà produrre il Brasile

È quanto sostiene un articolo pubblicato da un gruppo di scienziati tedeschi e britannici su Nature, secondo cui fino a 13 milioni di ettari di foresta, un’area delle dimensioni della Grecia, potrebbero essere rasi al suolo. I ricercatori ritengono infatti che per fornire alla Cina fino a 37,6 milioni di tonnellate di soia (cioè la quantità che la nazione asiatica ha importato dagli Usa nel 2016), il Brasile, già il più grande fornitore mondiale di soia, dovrà aumentare la produzione fino al 39 per cento.

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A rischio l’obiettivo di Parigi

Per aumentare la produzione il modo più semplice è quello di creare nuovi campi abbattendo distese di alberi della savana tropicale del Cerrado e di foresta amazzonica, già abbondantemente provata da due decenni di crescita del mercato globale della soia. La deforestazione, secondo gli autori dell’articolo, potrebbe superare i livelli raggiunti tra il 1995 e il 2004, con tre milioni di ettari di foresta distrutti ogni anno. “Questo dimostra perché sarà estremamente difficile raggiungere l’obiettivo di Parigi di mantenere il riscaldamento globale entro 1,5 gradi – ha dichiarato uno degli autori del testo, Peter Alexander, docente della scuola di Geoscienze di Edimburgo. – Ci stiamo muovendo nella direzione sbagliata”.

Area di foresta amazzonica abbattuta
La deforestazione nell’Amazzonia brasiliana è aumentata del 29% tra il 2015 e il 2016, e ha subito un balzo del 50% tra agosto e ottobre 2018, durante la campagna elettorale presidenziale brasiliana © Mario Tama/Getty Images

L’insaziabile fame di carne della Cina

L’enorme domanda cinese di soia è la conseguenza del crescente consumo di carne della nazione. Questo legume altamente proteico è infatti l’alimento preferito dagli allevatori. Per fermare la deforestazione e contrastare i cambiamenti climatici, gli autori del testo pubblicato su Nature hanno evidenziato la necessità di una riduzione globale del consumo di carne. In Cina vivono circa 700 milioni di maiali, per sfamarli Pechino importa ogni anno 80 milioni di tonnellate di soia, soprattutto dall’America Latina, in particolare dall’Amazzonia brasiliana. Nel suo libro I signori del cibo, il giornalista e scrittore Stefano Liberti evidenzia l’incongruenza della Cina, storica coltivatrice di soia, che ora la importa perché più economico.

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Bolsonaro ha indebolito l’Amazzonia

L’espansione della produzione di soia in Amazzonia troverà terreno fertile “grazie” al neo presidente del Brasile, Jair Bolsonaro. Lo scorso gennaio, infatti, ha inaugurato il proprio mandato togliendo al Funai (il dipartimento brasiliano agli Affari indigeni) la responsabilità di demarcare le terre indigene per affidarla al ministero dell’Agricoltura, fortemente asservito dal settore agroindustriale. Il Brasile si sta già muovendo per approfittare della guerra commerciale tra Usa e Cina, alla fine del 2018 il 75 per cento delle importazioni cinesi di soia proveniva dal Brasile.

Soia americana destinata alla Cina
Per le importazioni di soia la Cina dipende da tre partner commerciali: Brasile, Stati Uniti e Argentina © Scott Olson/Getty Images

La richiesta degli scienziati

Per evitare di aggravare la catastrofe ambientale e climatica gli autori dell’articolo invitano Stati Uniti e Cina a rivedere i loro accordi commerciali, proponendo inoltre cambiamenti a livello globale per proteggere le foreste tropicali dalle mutevoli dinamiche commerciali. Attualmente le due nazioni sembrerebbero essere vicine ad un accordo, ma probabilmente la Cina vorrà comunque ridurre la sua dipendenza dagli Stati Uniti. “Cina e Stati Uniti dovrebbero riconoscere pubblicamente il proprio ruolo nella deforestazione tropicale e intraprendere un’azione immediata per rimuovere almeno le tariffe commerciali sulla soia – si legge nell’articolo. – La Cina dovrebbe inoltre diversificare i propri fornitori”.

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