Bracconaggio e caccia grossa, ne parliamo con chi ha messo l’intelligence al servizio della natura

La sua è una delle organizzazioni anti-bracconaggio tra le più particolari che esistano, così abbiamo chiesto al fondatore Andrea Crosta cosa pensa di chi prova piacere nell’uccidere animali. E un’opinione sulla vicenda dei trofei di caccia negli Stati Uniti.

C’era una volta un cacciatore svizzero che ogni anno si recava in Mozambico. Lì, stava seduto sotto la sua tenda, aspettando con pazienza l’arrivo di un’antilope. Appena questa si presentava, la uccideva. Di nuovo, si sedeva ad aspettare finché la carcassa non attirava un leopardo e a quel punto, gli sparava. Poi, ancora una volta, attendeva sotto la tenda l’arrivo dell’ultimo trofeo, un coccodrillo.

Questa storia, che purtroppo non è una fiaba a lieto fine, è il ricordo di un’investigazione portata avanti due anni fa da Andrea Crosta e dal suo team di Elephant action league. “Se una persona arriva a costruire un impianto del genere”, sospira Crosta riferendosi al cacciatore svizzero, “secondo me non è del tutto normale. Anzi, come si usa dire, ‘è meglio che vada da uno bravo’. Sono individui che ragionano in maniera così diversa dalla nostra, quasi malata, che io non li affronto mai sul piano etico”.

elephant action league
Un’antilope. In molte riserve di caccia l’utilizzo di esche è vietato, ma la legge viene violata troppo spesso © Joosep Martinson/Getty Images for IAAF

Andrea Crosta e la sua Elephant action league

Crosta è co-fondatore e direttore di Elephant action league (Eal), organizzazione che ha messo l’intelligence al servizio della natura con l’obiettivo di contrastare i crimini contro l’ambiente e i traffici illegali di parti di animali, come le zanne di elefante, i denti di tigre, le squame di pangolino, i corni di rinoceronte. La sua passione per la conservazione è nata fin da quando era bambino, poi la vita lo ha portato a lavorare nel campo dell’intelligence. Presto si è reso conto di non essere soddisfatto di ciò che stava facendo e ha deciso di sfruttare la sua esperienza per salvare gli animali. Ha sottolineato più volte che la soluzione al bracconaggio non è uccidere i bracconieri, ma riuscire ad arrestare i trafficanti e per farlo servono indagini che gli agenti di Elephant action league svolgono sotto copertura, infiltrandosi tra i criminali e rischiando la loro stessa vita.

Leggi anche: Andrea Crosta. L’uomo che ha messo la sua “intelligence” al servizio degli animali vittime di bracconaggio

elephant action league
Nairobi, Kenya. Andrea Crosta incontra alcuni informatori durante un’investigazione © Eal

Vi ricordate di Trump e dei trofei di caccia?

Abbiamo deciso di parlare con Andrea Crosta in seguito alla bufera scatenata dall’intenzione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump di concedere l’importazione di trofei di caccia da Zambia e Zimbabwe: fortunatamente la Corte d’appello federale ha appena invalidato questa decisione. “Ci sono vari paesi in Africa dove è legale la caccia grossa. E in tutti questi paesi arrivano cacciatori dall’America, dall’Europa, dai paesi arabi e ora anche dall’Asia” spiega Crosta. Esistono delle riserve di caccia, le cosiddette hunting concessions aperte anche in Texas, dove è possibile cacciare animali selvatici pagando delle cospicue somme di denaro: l’anno scorso qualcuno ha sborsato un milione di dollari pur di uccidere un rinoceronte nero in Namibia.

I figli di Trump sono entrambi cacciatori, quindi può darsi che “qualcuno legato alla famiglia gli abbia detto: togli questi due divieti così finalmente possiamo andare in Zimbabwe e tornare con le zanne di elefante, ma non solo con le zanne, anche con le teste di leone e tutta una vasta gamma di trofei. Secondo me lui non ci ha pensato, l’ha detto e ha scatenato le ire dell’opinione pubblica”.

Leggi anche: Elefanti e leoni, gli Stati Uniti avrebbero voluto legalizzare l’importazione di trofei di caccia da Zambia e Zimbabwe

Crosta sottolinea che, nonostante la notizia abbia ricevuto un’ampia copertura da parte dei mezzi d’informazione, i veri problemi sono altri. Prima di tutto, Zambia e Zimbabwe sono solo due dei paesi dove la caccia è legale. In più, i cacciatori violano molto spesso leggi specifiche ed è lì che Eal agisce: “Sparano dalle macchine in corsa, di notte, usano fucili semiautomatici, esche, sparano mentre gli animali si abbeverano. Fanno un sacco di cose vietate”. E il problema più grosso sono le tonnellate di avorio che vanno dall’Africa all’Asia ogni anno.

elephant action league
I veri colpevoli della morte degli animali non sono i bracconieri, ma i trafficanti che sono dei criminali a tutti gli effetti e possono essere molto pericolosi © Eal

Che i soldi della caccia servano alla conservazione, è soltanto “una fiaba”

La motivazione che l’International safari club, l’organizzazione che riunisce i cacciatori degli Stati Uniti (e che è molto potente, proprio come la lobby delle armi), fornisce per giustificare l’esistenza di queste riserve è che i soldi pagati dai cacciatori permettano alla popolazione locale di garantire la conservazione delle specie. “È una scusa bella e buona, se mi dicessero vado in Africa perché mi piace ammazzare gli animali, preferirei”, esclama Crosta. Le investigazioni di Elephant action league hanno rivelato che nelle hunting concessions lavorano pochissimi locali. “I soldi finiscono nelle tasche del governo, sotto forma di mazzette, e in quelle dei proprietari delle riserve di caccia”. I soldi che arrivano ai locali sono pochissimi e non sono minimamente paragonabili a quelli generati dal turismo, da “milioni e milioni di turisti che arrivano ogni anno in Africa senza fucile”.

Quella del denaro utile alla conservazione “è una fiaba che i cacciatori si dicono: non ho ancora capito se ci credono oppure no, magari qualcuno ci crede pure”, ipotizza Crosta, “però sono ciechi, arrivano in prima classe, li portano in queste concessioni incredibili con dei lodge fantastici, l’Africa secondo me non la vedono nemmeno, quella che sta fuori dalla zona di caccia. Prendono il loro animale, lo danno al tassidermista che glielo fa a pezzi, e tornano in America. Non sanno assolutamente nulla di Africa né di conservazione”.

elephant action league
I soldi che i cacciatori pagano per uccidere gli animali nelle riserve di caccia finiscono nelle mani dei governi corrotti e dei proprietari delle hunting concessions © Eal

C’è una speranza per gli elefanti

Gli animali in pericolo sono moltissimi e non sempre la loro causa è seguita con interesse quanto quella degli elefanti. Di pachidermi ne rimangono soltanto 350mila, ma nonostante tutto sono proprio questi animali straordinari, che si aiutano sempre nei momenti di difficoltà e sono in grado di riconoscere una persona a distanza di anni, ad avere finalmente una speranza. La Cina chiude definitivamente il mercato di avorio a partire da domenica 31 dicembre: crediamo sia un ottimo modo di concludere il 2017. I buoni propositi per il 2018, poi, sono molti. E grazie all’aiuto di Elephant action league possiamo sperare che non restino solo sulla carta.

Articoli correlati