Cambogia, condannati gli attivisti ambientali di Mother Nature

Le organizzazioni a tutela dei diritti umani accusano il governo cambogiano di portare avanti processi politici contro gli attivisti per l’ambiente di Mother Nature

Il primo luglio un tribunale della Cambogia ha condannato un gruppo di attivisti ambientali a pene comprese tra i sei e gli otto anni di reclusione perché responsabili di aver complottato contro il governo e insultato il re. I dieci attivisti fanno parte del gruppo ambientalista Mother Nature, che negli anni ha ricevuto diversi riconoscimenti.

Diverse organizzazioni per i diritti umani hanno messo in discussione il processo – tra cui Amnesty International e Human Rights Watch – sostenendo che fosse finalizzato a “imbavagliare le critiche alle politiche del governo”. Mother Nature è famoso per portare avanti le proprie campagne attraverso la lotta non violenta, ed è proprio per questa ragione che il procedimento contro i suoi attivisti è stato percepito come un processo politico ingiusto.

Gli attivisti sono stati condannati a una pena che va dai sei agli otto anni di reclusione a causa delle loro attività per la protezione dell’ambiente. Inoltre, questa condanna invia un messaggio spaventoso ai giovani cambogiani: il governo si schiera con gli interessi particolari a scapito dell’ambiente ogni volta che ne ha l’occasione.

Dal 2001 al 2015, un terzo delle foreste primarie della Cambogia – alcune delle più ricche di biodiversità al mondo e un importante serbatoio di carbonio – è stato disboscato e la perdita di copertura arborea è accelerata più che in qualsiasi altra parte del mondo, secondo il World resources institute. Gran parte dei terreni disboscati sono stati affidati alle imprese tramite concessioni che, secondo gli esperti, hanno favorito la deforestazione e l’esproprio del Paese.

Le attività del gruppo Mother Nature

Dalla sua fondazione nel 2013, Mother Nature ha condotto diverse campagne contro i progetti che danneggiano l’ambiente, in particolare nell’area del fiume Mekong, e ha sollevato domande su come vengono gestite le risorse naturali nel Paese del Sudest asiatico. Documentano le loro scoperte in video divertenti e informativi che pubblicano sulla loro pagina Facebook.

Tra le campagne che hanno portato avanti con successo c’è quella per fermare la costruzione di una diga idroelettrica sui monti Cardamomi a guida cinese che minacciava una comunità indigena. E poi la campagna per porre fine all’esportazione di sabbia dagli estuari costieri del fiume Kah Bpow nella città di Koh Kong, che stava distruggendo l’ecosistema locale e le zone di pesca. Lo scorso settembre, il gruppo ha anche ricevuto il premio svedese Right Livelihood Award per il loro impegno in favore della natura e della democrazia.

I gruppi ambientalisti accusano da tempo i leader cambogiani di trarre profitto dalle risorse naturali del Paese. Gli attivisti negli anni hanno continuato a criticare quella che descrivono come un’applicazione iniqua delle leggi a favore delle aziende e delle élite più ricche. Il governo nega le accuse e sostiene che Mother Nature lavori con il fine di creare disordini sociali.

Gonzalez-Davidson ha definito il verdetto come una “decisione disastrosa voluta dal regime della famiglia Hun”, intervistato dalla Bbc. Il primo ministro cambogiano Hun Manet continua ad ignorare gli appelli degli esperti delle Nazioni Unite in merito alla necessità di porre fine alla persecuzione degli attivisti e alla chiusura dello spazio politico alla società civile.

La repressione del dissenso in Cambogia

La lotta per la protezione dell’ambiente e contro lo sfruttamento delle risorse naturali della Cambogia è stata a lungo una questione controversa nel regno, con ambientalisti minacciati, arrestati e persino uccisi negli ultimi dieci anni.  L’arresto degli attivisti arriva, infatti, in un momento critico per la libertà di espressione in Cambogia. La legge contro gli insulti al re – una delle accuse mosse contro gli attivisti condannati – è relativamente nuova ed è entrata in vigore solo nel 2018. Secondo i critici, questa legge viene utilizzata per reprimere il dissenso.

A supporto di  questa tesi c’è da segnalare che molti partiti di opposizione sono stati smantellati, i mezzi d’informazione indipendenti sono stati chiusi e decine di attivisti sono stati imprigionati negli anni di governo dell’ex primo ministro Hun Sen, che si è dimesso l’anno scorso per aprire la strada al figlio Hun Manet, che di fatti ha assunto la leadership del paese.

Con Hun Manet, che si è presentato come un riformatore, si sono in realtà inasprite le repressioni nei confronti della società civile tutta, ponendo quindi la Cambogia nella posizione di uno dei paesi più autoritari dal mondo.

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