Caporalato. 30mila braccianti in regola: la sanatoria è un successo a metà

La sanatoria per lavoratori stranieri della ministra dell’Agricoltura Bellanova ha portato a 207mila domande, ma solo il 15 per cento riguarda i braccianti.

Sono state più di 207mila le domande ricevute dal ministero dell’Interno per la regolarizzazione di rapporti di lavoro in nero, che era stata resa possibile dal governo con il decreto Rilancio varato lo scorso maggio, nel pieno dell’emergenza coronavirus.

La sanatoria, nelle intenzioni del governo, doveva servire soprattutto per salvare la stagione dei raccolti, garantendo tutele maggiori ai braccianti agricoli, quasi tutti stranieri e per buona parte irregolari, ed era stata salutata perfino con commozione dal ministro delle Politiche agricole Teresa Bellanova, che in lacrime nella conferenza stampa di Palazzo Chigi aveva detto che “da oggi gli invisibili saranno meno invisibili, da oggi possiamo dire che lo Stato è più forte del caporalato”.

Non è andata esattamente così, o quantomeno la sanatoria ha dato risultati meno incisivi di quanto si era previsto. Se è vero che secondo il governo la platea potenziale di beneficiari poteva arrivare fino a 600mila irregolari, aver ricevuto domande per un terzo di loro può essere considerato di per sé un risultato sufficiente. Il problema semmai è che l’85 per cento delle domande (177mila), secondo i dati del Viminale, ha riguardato regolarizzazioni di colf e badanti, e soltanto l’altro 15 per cento i lavoratori subordinati, ossia quei braccianti agricoli che erano il vero cuore del provvedimento: 30mila braccianti, uno ogni cinque dei 150mila stimati sul territorio italiano.

Perché così pochi braccianti sanati?

Molti dei motivi che hanno portato a una risposta più blanda del previsto probabilmente erano insiti negli stessi requisiti previsti dalla legge per ottenere la sanatoria: il provvedimento, per esempio, si applicava esclusivamente a chi già nel 2019 aveva ottenuto un regolare contratto di lavoro, escludendo di fatto tutti coloro che da anni  prestano manodopera stagionale in nero, dunque la stragrande maggioranza di migranti. Inoltre, il datore di lavoro che avesse avuto intenzione di regolarizzare un proprio lavoratore avrebbe dovuto il disincentivo di dover pagare una tassa una-tantum di 500 euro, praticamente la retribuzione mensile del lavoratore stesso a nero. Senza contare che la prevista regolarizzazione era di fatto “a tempo”, solamente per sei mesi: solo se al termine il cittadino straniero fosse ancora in possesso di un contratto di lavoro subordinato, il permesso verrebbe poi convertito in permesso di soggiorno per motivi di lavoro.

La grande maggioranza delle aziende agricole italiane, secondo la Cia, si sono affrancate dal caporalato, ma sono ancora 150mila i lavoratori in nero nel settore © GettyImages

Ministra soddisfatta, associazionismo no

La ministra Bellanova si è detta comunque soddisfatta, parlando di“numeri importanti che confermano ancora una volta di più la bontà della norma, la sua necessità, la giustezza del percorso avviato che adesso dovrà necessariamente proseguire anche con il piano triennale contro il caporalato, con la piattaforma che agevola l’incrocio trasparente domanda e offerta di lavoro. Il nostro obiettivo è evidente: sottrarre al lavoro nero e al caporalato, che non è solo in agricoltura, persone e braccia”. Dal 2016 in effetti l’Italia si è dotata di una legge contro il caporalato, che punta ad agevolare le aziende agricole virtuose, ma che ancora non ha dispiegato bene i propri effetti secondo le associazioni di categoria.

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Pubblicato da Teresa Bellanova su Lunedì 17 agosto 2020

Ma secondo l’associazione di volontari Baobab Experience, che da 5 anni si occupa di accoglienza, tutela legale e inserimento lavorativo dei migranti, dai dati del Viminale non emerge nessuna sorpresa. “Cosa avremmo potuto aspettarci da una regolarizzazione che prevedeva che uno schiavista, improvvisamente pentito, si piegasse al diritto e scegliesse autonomamente di pagare una tassa di 500 euro (più di quanto abbia mai dato in un mese a qualsiasi bracciante), di concedere una retribuzione dignitosa, orari umani e versare i dovuti contributi? O forse che il bracciante, costretto al lavoro sommerso, senza contratto o con un contratto fittizio, fosse in grado di provare di aver passato ore e giorni sotto il sole cocente a raccogliere il nostro made in italy?”.

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Pubblicato da Baobab Experience su Giovedì 20 agosto 2020

I dati per regione e per provenienza

La Lombardia è la regione da cui sono state inviate il maggior numero di richieste per il settore del lavoro domestico e di assistenza alla persona (47.357) mentre al primo posto per il lavoro subordinato si trova la Campania (6.962). A livello provinciale ai primi tre posti ci sono Milano (22.122), Napoli (19.239) e Roma (17.318) per le domande per l’emersione del lavoro domestico, e Caserta (2.904), Ragusa (2.005) e Latina (1.897) per l’emersione del lavoro subordinato. Rispetto al Paese di provenienza del lavoratore, infine, ai primi posti risultano l’Ucraina, il Bangladesh e il Pakistan per il lavoro domestico e di assistenza alla persona; l’Albania, il Marocco e l’India per il lavoro subordinato.

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