Uno studio canadese ha osservato il legame tra il consumo di cibi ultra-processati nei bambini di 3 anni e il loro comportamento a 5 anni, rivelandone l’impatto.
L’associazione è stata osservata in uno studio statunitense. Consumando molta carne rossa processata il rischio di demenza aumenta del 13 per cento, il declino cognitivo soggettivo del 14 per cento.
Le diete ricche di carni rosse lavorate, come salumi, salsicce, wurstel, sono associate a un rischio maggiore di sviluppare demenza. È quanto rivelano i risultati di uno studio del Mass General Brigham, della Harvard T.H. Chan School of Public Health e del Broad Institute del MIT e Harvard di Boston, pubblicato su Neurology.
Non solo, le evidenze suggeriscono anche che sostituire la carne rossa lavorata con altre fonti proteiche può, invece, ridurre il rischio di demenza.
I ricercatori hanno esaminato i dati sanitari e le informazioni dietetiche di 133.771 statunitensi partendo da un’età media di 49 anni; di questi 11.173 hanno ricevuto una diagnosi di demenza fino a 43 anni dopo. Come porzione tipica di carne rossa lavorata è stata considerata una quantità di 85 grammi, corrispondenti a circa due fette di bacon, una fetta e mezza di mortadella o un hot dog.
Secondo i risultati, chi ha consumato, mediamente al giorno, un quarto (21 g) o più di una porzione di carne rossa lavorata ha avuto un rischio maggiore del 13 per cento di sviluppare demenza rispetto a coloro che ne consumavano una quantità minima (meno di 8 g al giorno).
La misurazione della funzione cognitiva oggettiva era peggiore tra coloro che consumavano più carne lavorata, con un invecchiamento cognitivo accelerato di circa 1,6 anni per porzione giornaliera media.
Inoltre, un consumo di carne rossa lavorata di un quarto o più di porzione è stato associato anche un rischio maggiore del 14 per cento di declino cognitivo soggettivo auto-riportato (che può precedere i marcatori del declino cognitivo nelle valutazioni standard) rispetto a un consumo minimo. Questo rischio aumentava del 16 per cento per coloro che mangiavano una o più porzioni al giorno di carne non lavorata rispetto a coloro che ne mangiavano meno di mezza porzione.
La sostituzione di una porzione al giorno di carne rossa lavorata con noci e legumi è stata associata a un rischio inferiore del 19 per cento di demenza, 1,37 anni in meno di invecchiamento cognitivo e un rischio inferiore del 21 per cento di declino cognitivo soggettivo.
I ricercatori stanno continuando a esplorare i fattori che collegano la carne rossa al rischio di demenza, in particolare quelli che coinvolgono il microbioma intestinale. Un’ipotesi è che la trimetilammina N-ossido (TMAO), un prodotto della scomposizione della carne mediata dai batteri, possa aumentare la disfunzione cognitiva a causa dei suoi effetti sull’aggregazione di amiloide e tau, proteine coinvolte nel morbo di Alzheimer. Anche il contenuto di grassi saturi e sale della carne rossa potrebbe compromettere la salute delle cellule cerebrali.
“Le linee guida dietetiche tendono a concentrarsi sulla riduzione dei rischi di patologie croniche come malattie cardiache e diabete, mentre la salute cognitiva è meno frequentemente discussa, nonostante sia collegata a queste malattie”, ha affermato Daniel Wang, tra gli autori dello studio. I ricercatori sperano che i risultati dell’osservazione incoraggino a considerare maggiormente la connessione tra dieta e salute del cervello. Con l’invecchiamento della popolazione, infatti, la demenza rappresenta una sfida crescente.
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