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La vera portata del disastro ambientale è ancora in fase di studio, la National Wildlife Federation ha però pubblicato uno studio sugli impatti sulla biodiversità.
Pochi giorni fa, il 20 aprile, ricorreva un triste anniversario, quello del disastro ambientale della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon, il più grave della storia americana. Sono ormai passati cinque anni da quando la piattaforma petrolifera di proprietà della British Petroleum (Bp), esplose durante la realizzazione di un pozzo a 1.500 metri di profondità nelle acque del Golfo del Messico.
L’incidente uccide undici persone e provocò il riversamento in mare di circa 780 milioni di litri di petrolio. La fuoriuscita continuò fino al 15 luglio 2010, quando la perdita venne arrestata. I veri danni provocati e gli effetti del disastro sono ancora in fase di studio, “considerata la notevole quantità di petrolio rimasto sul fondale del golfo e la sua dispersione senza precedenti, ci vorranno anni o persino decenni prima di conoscere il reale impatto ambientale”, si legge nel rapporto della National Wildlife Federation pubblicato lo scorso marzo.
È però evidente la sofferenza che la fuoriuscita di petrolio ha provocato e continuerà a provocare alla fauna selvatica. Secondo il rapporto, circa il 12 per cento della popolazione di pellicani bruni (Pelecanus occidentalis) del Golfo del Messico è morta in seguito all’incidente. Gli uccelli superstiti sono ancora in pericolo perché possono ingerire petrolio durante la pulizia delle piume o mangiando pesci contaminati.
La prolungata esposizione al petrolio può provocare gravi danni a lungo termine, come anomalie cardiache e una minore fertilità che causerebbe un crollo dei tassi di riproduzione. L’esplosione della piattaforma ha inoltre accelerato significativamente l’erosione delle coste e delle aree palustri nelle quali vivono i pellicani.
Lo studio ha anche valutato l’impatto su altre specie animali e vegetali come il tursiope (Tursiops truncatus), il sargasso (Sargassum), il passero di mare (Ammodramus maritimus), i coralli, le ostriche e la tartaruga di Kemp (Lepidochelys kempii), considerata la più rara tartaruga marina del mondo.
Nei delfini è stato riscontrato un tasso di mortalità quattro volte superiore alla media e hanno elevate possibilità di contrarre una malattia polmonare, mentre il numero dei nidi deposti dalle tartarughe di Kemp è diminuito del 35 per cento dal 2010, anno del disastro.
Senza considerare gli effetti sull’uomo, secondo la ricerca “i lavoratori e i volontari che hanno partecipato alla pulizia e che hanno contribuito a salvare gli ecosistemi e migliaia di animali hanno ora rischi maggiori di contrarre malattie come il cancro”.
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