Corinne Lepage. La giustizia climatica ancora non esiste, ma arriverà

Accordo di Parigi, Donald Trump, giustizia ambientale, diritti umani. Intervista a Corinne Lepage, ex ministro francese e esperta di diritto ambientale.

Corinne Lepage è un avvocato specializzato in diritto ambientale. Ha messo da anni le sue competenze al servizio della causa ecologista, anche sotto bandiere politiche diverse da quelle “tradizionali” dell’ambientalismo. È stata infatti ministro dell’Ambiente dal 1995 al 1997, durante la presidenza del conservatore Jacques Chirac, quindi eurodeputata – dal 2009 al 2014 – per il gruppo liberale Adle. LifeGate ha raccolto il suo punto di vista sul futuro della giustizia climatica.

Corinne Lepage
Corinne Lepage, avvocato esperto di diritto ambientale ed ex ministro francese nel corso di un convegno ©Marie-Lan Nguyen/Wikimedia Commons

La Cop 21 è stata seguita da una conferenza in Marocco priva di risultati eclatanti. Inoltre, è arrivato l’annuncio da parte di Donald Trump della volontà di abbandonare l’Accordo di Parigi. Cosa si aspetta per il prossimo futuro?
È chiaro che la Cop 22 di Marrakech è stata in qualche modo rovinata dall’annuncio di Donald Trump. Ciò spiega l’impasse che si è registrata nel corso della conferenza. Da allora, però, molte nazioni hanno reagito, spiegando di voler fare di più di quanto previsto per compensare l’uscita degli Stati Uniti. Inoltre, proprio in America, alcuni stati federali, aziende e città hanno ribadito con forza la loro intenzione di rispettare i termini dell’Accordo di Parigi.

C’è però il nodo dei finanziamenti che potrebbero mancare.
Chiaramente in questo senso la scelta di Donald Trump è catastrofica. Basti pensare all’Ipcc, l’Intergovernmental panel on climate change, per il quale dal punto di vista finanziario gli Stati Uniti rivestono un ruolo estremamente importante.

L’annuncio potrebbe anche costituire un precedente?
Per ora non è stato così: nessun governo ha seguito l’esempio di Trump. E anche tra i privati la strada sembra segnata: basti pensare alle tante imprese americane che sono ormai molto lanciate nella transizione ecologica.

Lei ha fondato il movimento Cap21. Qual è il suo scopo?
Si tratta di un movimento politico che difende l’ecologia responsabile da ormai vent’anni. Siamo ancora piccoli, ma abbiamo cinque deputati, cinque consiglieri regionali, alcuni consiglieri dipartimentali e alcuni sindaci.

Corinne Lepage è anche un avvocato specializzato in diritto ambientale. Esiste un modo di rendere i documenti come l’Accordo di Parigi vincolanti? È immaginabile un tribunale che possa giudicare e condannare un governo che non rispetti i patti?
Penso che un giorno ci si arriverà. È già importante il fatto che si possano controllare le emissioni di gas ad effetto serra di ciascun paese e che dunque sia difficile nascondere i dati, semmai qualcuno volesse farlo. Certo, per ora dobbiamo sperare nella volontà dei singoli stati di rispettare l’Accordo. Ma il fatto che molte nazioni siano di fatto vulnerabili ai cambiamenti climatici può giocare a favore: credo che in molti ci sia la volontà di conformarsi agli obiettivi fissati nel 2015.

Nei Paesi Bassi l’organizzazione non governativa Urgenda ha fatto condannare lo Stato per non aver fatto abbastanza nella lotta conto i cambiamenti climatici. Si tratta di azioni simboliche o di un mezzo concreto per promuovere politiche ecologiche?
No, non è affatto simbolico. Anche perché sulla falsariga del caso di Urgenda anche in molti altri frangenti si sta agendo per vie legali. Il Climate Justice Network pubblica una lista aggiornata dei procedimenti in corso in tutto il mondo. Ce ne sono negli Stati Uniti, Perù, Nuova Zelanda, Australia…

È possibile immaginare di coinvolgere anche la Corte europea dei diritti dell’uomo? In effetti, dall’ecologia dipende il futuro dell’umanità…
Certo, a patto però di passare dal concetto di diritti dell’uomo a quello di diritti dell’umanità. Occorre convincere i decisori politici ad adottare questo principio. Durante la presidenza di François Hollande ho preparato, assieme ad un gruppo di lavoro, la prima Dichiarazione universale dei diritti dell’umanità. Numerose città, regioni e uno stato (le Comore, ndr) l’hanno adottata Nel testo si afferma che l’umanità e la natura sono in pericolo e che, in particolare, gli effetti negativi dei cambiamenti climatici, l’accelerazione della perdita di biodiversità, il degrado del suolo e degli oceani costituiscono violazioni dei diritti fondamentali degli esseri umani. Occorre in questo senso riconoscere nuovi principi e nuovi diritti e doveri.

Significa che, oggi, non esiste ancora una vera giustizia climatica?
Non ancora. Ma arriverà.

In che modo?
Serve un buon numero di decisioni importanti che riguardino il mondo intero. Ma occorre creare una giurisdizione per poterlo fare. Ci vuole tempo, ma si può fare.

Tenuto conto di tutto, si sente ottimista?
Non direi forzatamente “ottimista”. Constato che ci sono parecchi cambiamenti. Tuttavia, è chiaro che le risposte che il mondo ha fornito finora sono ancora ampiamente insufficienti.

In evidenza: Corinne Lepage © Salque Jean-Louis JAYET Stephanie
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