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Coronavirus. La crisi attuale come spinta allo sviluppo sostenibile

Ritenuta più grave di quella che colpì l’economia globale circa dieci anni fa, la crisi economica dovuta al coronavirus potrebbe essere l’opportunità per rivedere l’idea stessa di sviluppo. Giovannini, portavoce di Asvis: “Tornare allo stato pre-crisi significherebbe fare un grandissimo errore”.

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Mentre continua la conta dei giorni in cui l’Italia è entrata in lockdown, la pandemia causata dal coronavirus si allarga a macchia d’olio, con un effetto domino su tutti i paesi, nessuno escluso. Una crisi non solo sanitaria, ma anche economica: insomma, sistemica. Interi settori sono letteralmente fermi, mentre altri dovranno necessariamente essere ripensati. In questa situazione molti analisti prevedono che la crisi dovuta al coronavirus sarà più forte di quella che colpì l’economia globale nel biennio 2008-2009. In questo scenario, che ha dimostrato ancora una volta l’enorme divario sociale, ambientale ed economico che colpisce l’intero pianeta, sarà possibile ripensare l’intero sistema in chiave sostenibile, a basse emissioni, che porti ad uno sviluppo condiviso ed equamente suddiviso? La risposta è: forse.

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In questa situazione molti analisti prevedono che la crisi dovuta al coronavirus sarà più forte di quella che colpì l’economia globale nel biennio 2008-2009 © Dan Kitwood/Getty

Secondo una recente ricerca condotta da J.P. Morgan Chase & Co. e Ihs Markit, il settore manifatturiero a febbraio ha subito a livello globale la sua più forte contrazione in quasi 11 anni. Quindici delle 31 economie coperte dall’indice hanno registrato una contrazione della produzione manifatturiera, tra cui Cina, Giappone, Germania, Francia, Italia e Corea del Sud, mentre la produzione e i nuovi ordini sono diminuiti a un ritmo record in Cina. In una relazione pubblicata a marzo da McKinsey e intitolata “Covid-19: Implications for business” si legge come “le fabbriche che dipendono dalla produzione cinese (ovvero la maggior parte in tutto il mondo) non hanno ancora sperimentato il peso della chiusura iniziale cinese e probabilmente subiranno un colpo di frusta negli approvvigionamenti nelle prossime settimane”. Uno scenario che si tradurrebbe in una recessione, “con una crescita globale nel 2020 compresa tra -1,5 per cento e lo 0,5 per cento”.

Il coronavirus e la riduzione delle emissioni di CO2

Ad oggi non ci sono dati relativi all’Europa ma è plausibile presumere ciò che è accaduto in Cina: il blocco della produzione industriale ha portato ad una sostanziale riduzione delle emissioni di CO2 (-25 per cento secondo Carbon Brief), dovuta principalmente alla diminuzione dei consumi energetici. Ma, come sottolinea il World Resource Institute, questa potrebbe essere un’arma a doppio taglio. “La riduzione delle emissioni causate da recessioni economiche tendono ad essere temporanee e possono portare alla crescita delle emissioni quando le economie tentano di rimettersi in carreggiata”. Il centro di ricerca americano spiega che “dopo la crisi finanziaria globale del 2008 le emissioni globali di CO2 derivanti dalla combustione di combustibili fossili e dalla produzione di cemento sono cresciute del 5,9 per cento nel 2010, compensando di molto la diminuzione dell’1,4 per cento” registrata nel 2009.

inquinamento a Kabul
Un ragazzo indossa una maschera antismog © Wakil Kohsar/Afp/Getty Images

Lo stesso discorso vale per gli inquinanti atmosferici. Come già spiegato su LifeGate, e confermato dai dati Esa, a partire da metà febbraio, a seguito delle misure Covid-19, Copernicus ha monitorato una riduzione settimanale del 10 per cento sulle concentrazioni superficiali di NO2. Le concentrazioni medie di biossido d’azoto sono state di circa 65 μg per m3 a gennaio, 45 μg per metro cubo a febbraio e 35 μg per metro cubo nella prima metà di marzo. “La decrescente tendenza lineare sulla media giornaliera dalla sesta settimana è dell’ordine di -4 μg metro cubo a settimana”, spiegano da Copernicus. Tendenze registrate in tutto il nord Italia, anche se nella parte orientale dell’Italia, sembra esserci stato un cambiamento piuttosto graduale. “Per esempio, a Bologna le concentrazioni sono state di 30 μg per metro cubo a gennaio e di 15 μg per metro cubo dall’inizio di febbraio (35 μg metro cubo e 15 μg per metro cubo per Venezia). C’è stato quindi un calo, almeno per il biossido d’azoto. Ma quanto durerà?

Il coronavirus come opportunità per lo sviluppo sostenibile

L’epidemia globale che stiamo vivendo mostra senza ombra di dubbio che i governi hanno la capacità di intraprendere azioni urgenti e radicali per contenere le crisi. Può essere dunque questa l’occasione per “ripensare” il modello di sviluppo puntando in maniera più decisa sullo sviluppo sostenibile? Oggi sappiamo che la pressione antropica sugli habitat naturali ha portato alla diffusione di molte delle epidemie diffuse a livello globale. I cambiamenti ambientali hanno un enorme impatto sull’emergere di alcune malattie infettive, soprattutto nei paesi con elevata biodiversità e gravi questioni ambientali, sociali ed economiche (fonte: The Impact of Global Environmental Changes on Infectious Disease Emergence with a Focus on Risks for Brazil). Questa recente revisione della letteratura ha rivelato una relazione tra focolai di malattie infettive ed eventi legati al cambiamento climatico o ai cambiamenti ambientali.

“Una caratteristica fondamentale dei virus è che non hanno frontiere. La gestione di questo tipo di epidemie ha un problema in più: l’indebolimento della cooperazione multilaterale degli ultimi anni”, spiega Enrico Giovannini, portavoce dell’Asvis (Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile) a LifeGate. “In particolare, questa epidemia è arrivata in un momento in cui la cooperazione internazionale non è ai primi posti dell’agenda politica, né nel mondo pensiamo alle posizioni di Trump, né a livello di Unione europea”. La crisi attuale non può che offrirci un momento di riflessione sulle priorità che la politica, ma non solo, dovrà definire per non aumentare ulteriormente il divario accusato in questi mesi sulle questioni legate alla salute, all’economia, e alle ripercussioni che queste hanno sulla collettività.

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Enrico Giovannini portavoce di Asvis © Asvis

“Durante la crisi del 2008-2009, quando lavoravo all’Ocse, ci domandammo se questa potesse essere l’occasione per dare una spinta al dibattito sullo sviluppo sostenibile e sull’andare ‘oltre il Pil’, temi su cui lavoravamo dal 2001”, continua Giovannini. “La realtà non andò in questa direzione, anzi. Anche nei paesi dove operavano politici ed esperti vicini a questo modo di pensare, nei fatti la risposta fu centrata sulla creazione di posti di lavoro e la minimizzazione del danno economico. Ci sono voluti vari anni per far riprendere il dibattito su quei temi e ho paura che accada lo stesso anche ora”.

Una seconda chance

Sarebbe un errore di proporzioni gigantesche sprecare una seconda crisi. D’altra parte, mi rendo conto che un approccio diverso richiede una forte leadership culturale e politica, date le urgenze gravissime che i governi devono affrontare in questi giorni”, spiega Giovannini. “Ma l’Agenda 2030 affronta proprio le tematiche che sono colpite dalla crisi: la salute, il lavoro, l’educazione. Sperare di tornare semplicemente allo stato pre-crisi, magari adottando ricette vecchie tutte centrate sulla dimensione economica, significherebbe fare un grandissimo errore”.

Oggi abbiamo la prova che perseguire una crescita a basse emissioni di carbonio è il modo migliore per ottenere benefici economici e sociali duraturi. Secondo un working paper realizzato da New Climate Economy, puntare ad un’economia decarbonizzata potrebbe creare almeno 26 trilioni di dollari in benefici economici globali netti tra oggi e il 2030 rispetto alle normali attività economiche. Ciò include la creazione di oltre 65 milioni di nuovi posti di lavoro. Più o meno come l’intera popolazione italiana.

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Secondo un working paper realizzato da New Climate Economy, puntare ad un’economia decarbonizzata potrebbe creare almeno 26 trilioni di dollari in benefici economici globali © Mario Tama/Getty

Sì, ma come fare? Come risponderanno i cittadini e le imprese alla lenta ripresa che comunque ci attende. Ci sarà una corsa sfrenata “alla vita di prima”? O è questo il momento per rivedere certe abitudini di consumo o metodi di produzione. “L’errore più grande sarebbe quello di voler tornare dove eravamo. Pensiamo all’inquinamento atmosferico, al traffico che bloccava le nostre città, alle disuguaglianze tra Nord e Sud Italia, tra ricchi e poveri anche rispetto alla sanità. Tutti temi strettamente connessi alle scelte di politica economica e anche all’emergenza sanitaria in corso: ecco perché non dobbiamo dimenticare queste connessioni quando definiamo le azioni necessarie per ripartire”.

Il benessere condiviso accomuna sì la crescita, ma anche una programmazione a medio e lungo termine sui settori chiave, che non possono essere solo quelli produttivi, seppur fondamentali per il paese. “In questa situazione serve lungimiranza, freddezza e autorevolezza politica. Si può e si deve rispondere alla crisi in modo tale da rispondere ai bisogni urgenti, da ridurre i rischi di esporci a crisi future, ma anche da trasformare i sistemi socioeconomici, rendendoli più in linea con gli obiettivi dell’Agenda 2030”.

Campagna per i 17 obiettivi dell’agenda 2030 per lo Sviluppo sostenibile
Tra i 17 obiettivi dell’agenda 2030 per lo Sviluppo sostenibile ci sono l’abbattimento della disuguaglianza di genere e la promozione della formazione e istruzione di buona qualità per il miglioramento delle condizioni di vita delle persone © Veronique de Viguerie/Getty Images

Più domande che risposte

In questo momento sono più le domande, che le risposte a nostra disposizione. “Quali saranno i settori che ripartiranno prima? Come reagiremo? Sappiamo che non tutti i settori lo faranno in egual misura”, continua Giovannini. “Anche perché quelli integrati internazionalmente, non possono ripartire se gli altri paesi sono in lockdown. Per questo bisogna fare un’analisi molto attenta dei dati, anche per provare ad immaginare eventuali trasferimenti di occupazione e competenze da un settore all’altro. Certo è importante che i fondi pubblici vengano orientati alla ripresa della domanda e che si trasferiscano in spesa delle famiglie e delle imprese. Ma non abbiamo bisogno solo del sostegno al reddito, ma di sostegni all’avvio di nuove attività economiche su cui eravamo poco presenti o poco competitivi”.

Sappiamo già che il modello precedente a questa crisi era insostenibile, sia sul piano economico che ambientale e sociale. Ciò che sta accadendo ci consentirà di accelerare nella direzione giusta? “La mia speranza è sì, ma non è detto. Anche perché sappiamo che sotto pressione, l’uomo non sempre risponde in modo cooperativo. Non mi sento di assicurare che ne usciremo migliori, ma visto che il rischio che stiamo correndo è enorme dobbiamo tutti operare per evitare di proseguire su un sentiero di sviluppo insostenibile. Lo dobbiamo non solo alle nuove generazioni, ma a tutti, proprio perché non dobbiamo lasciare nessuno indietro, come dice il motto dell’Agenda 2030”.

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