La Danimarca pone fine all’era dei combustibili fossili nel mare del Nord

La Danimarca non concederà più licenze per l’esplorazione e l’estrazione di combustibili fossili nel mare del Nord. La fine è prevista per il 2050.

La Danimarca, il più grande produttore di petrolio dell’Unione europea, pone fine all’esplorazione e all’estrazione di petrolio e gas entro il 2050 nella propria area di competenza del mare del Nord. “Stiamo disegnando una nuova rotta verde per il mare del Nord”, ha dichiarato Dan Jøergensen, ministro per il Clima, l’Energia e le Utility. L’annuncio è arrivato venerdì 4 dicembre, ma già giovedì sera il parlamento danese aveva dato parere favorevole alla scelta governativa.

Nel 2050 in Danimarca fine all’estrazione di combustibili fossili

La decisione, riporta un comunicato stampa pubblicato sul sito del ministero per il Clima, prevede che le compagnie petrolifere non ottengano nuove licenze. Quelle già rilasciate saranno valide fino al 2050. Le concessioni più recenti, però, saranno annullate e qualsiasi nuova gara d’appalto sarà cancellata.

Allo stesso tempo, il governo lavorerà per stabilire nuove regole e disciplinare la produzione da qui ai prossimi trent’anni. Per alcune aziende questa rappresenta sicuramente una cattiva notizia, tra cui la londinese Ardendt Oil, meno per altre, come la francese Total che ad ottobre si era ritirata dall’ultimo bando di gara.

Da qualsiasi punto di vista la si guardi, si tratta di una decisione coraggiosa. Nel 2019 il paese europeo aveva deciso di ridurre le proprie emissioni inquinanti del 70 per cento entro il 2030, rispetto ai livelli del 1990. L’annuncio di ieri, però, spalanca le porte al raggiungimento della neutralità climatica al 2050.

Fonte: Eurostat.

La Danimarca dovrà rimodellare la propria economia se vorrà rinunciare alla posizione di leadership nella produzione di combustibili fossili. Un primato che dal 1972, riporta il quotidiano statunitense Washington Post, ha fruttato al paese oltre 88 miliardi di dollari, circa 72 miliardi di euro. Secondo i dati riportati dalla Reuters, nel 2020 il paese scandinavo dovrebbe produrre 83mila barili di petrolio greggio e altri 21mila barili di petrolio equivalente, corrispondente all’energia rilasciata dalla combustione di un barile di petrolio greggio. La decisione del governo, stando alle elaborazioni del ministero danese per il Clima, provocherà una perdita economica di 13 miliardi di corone danesi, equivalenti a 2,1 miliardi di dollari e a 1,7 miliardi di euro.

Alcune perplessità sulla decisione danese

La posizione antesignana nella lotta ai combustibili fossili è stata riportata sui siti d’informazione più letti al mondo, dal Wall Street Journal a Bloomberg. Non tutti hanno reagito con entusiasmo. La giovane attivista svedese Greta Thunberg, ispiratrice del movimento Fridays for future, ha twittato: “La vera notizia è che la Danimarca continuerà ad estrarre combustibili fossili per altre tre decadi”.

Per Greenpeace International si tratta di “un momento storico per il clima e le persone”. A chi su Facebook commenta lamentandosi del lasso temporale troppo ampio, l’associazione ambientalista risponde che la decisione della Danimarca rappresenta una “vittoria dura e un passo vitale”. Resta però convinta che tutti i governi, incluso quello del paese scandinavo, debbano smettere di usare nel proprio mix energetico i combustibili fossili e agire con più incisività contro la crisi climatica in corso. Helene Hagel, un’esperta di Greenpeace Danimarca, ha dichiarato che “la Danimarca è un piccolo paese, ma ha il potenziale per aprire la strada alla necessaria transizione verso l’energia verde e rinnovabile”.

🙌 Historic WIN for climate & people power! In landmark decision, oil producer Denmark ends future licensing rounds for…

Posted by Greenpeace International on Friday, December 4, 2020

Un esempio per gli altri Paesi

L’auspicio del ministro per il Clima, Dan Jøergensen, è che la Danimarca sia d’esempio per gli altri Paesi. Soprattutto per i vicini geograficamente Norvegia e Regno Unito, che non fanno parte dell’Ue, ma che superano la sua produzione. È convinto che uscire dall’era delle fonti fossili è possibile. Intervistato dal Washington Post, ha detto che si è trattato di “una decisione difficile” nonché costosa, “ma è la decisione giusta”. Questa scelta “costerà soldi ai contribuenti” ma garantirà la credibilità del Paese nell’impegno di azzeramento delle emissioni di anidride carbonica (CO2) nei prossimi trent’anni. Questo lasso di tempo, ha aggiunto, è necessario a scongiurare richieste di risarcimento dannose per l’economia del Paese.

Il risvolto occupazionale

La dichiarazione del capo di dicastero, riportata sul sito ministeriale, contiene anche un pensiero per i lavoratori: “Nell’area di Esbjerg, in particolare, ci sono molte persone impiegate nel settore. Ora le aziende e gli investitori coinvolti nel Mare del Nord hanno un quadro stabile in cui lavorare”.

Non mancheranno, ha aggiunto, “nuove opportunità di lavoro, ad esempio derivanti dalla formazione continua”. Gli stessi gruppi professionali, con il dovuto aggiornamento, potranno lavorare in nuovi settori, incluso quello dello stoccaggio del carbonio, tecnologia promettente che consente di “sequestrare” la CO2 prima di essere immessa e accumulata nell’atmosfera.

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