Raccolta differenziata

David Katz, fondatore di Plastic Bank. Altro che rifiuto, la plastica vale più dell’acciaio

Ha dato vita a un progetto che dà il giusto valore alla plastica cercando di sconfiggere la povertà in paesi come Haiti e le Filippine. È David Katz, il fondatore di Plastic Bank.

Smettiamola di guardare alla plastica come a un rifiuto perché non lo è. È questo il messaggio lanciato da David Katz, uno dei fondatori di Plastic Bank, un progetto che cerca di coniugare due obiettivi di portata globale: fermare il fiume di plastica che si riversa ogni anno negli oceani – stimabile in otto milioni di tonnellate – e combattere la povertà grazie a un sistema di valorizzazione economica dei rifiuti. L’intervento, molto forte dal punto di vista emotivo e in grado di stimolare entusiasmo e speranza, che Katz ha tenuto al Ted è stato visto due milioni di volte, confermando l’enorme interesse verso il tema dell’inquinamento da plastica che sta asfissiando il Pianeta.

Ma in cosa consiste Plastic Bank, nella pratica? Si tratta di una catena di negozi, finora presenti a Haiti, nelle Filippine e in Brasile, dove è possibile acquistare beni e servizi di prima necessità, come wi-fi, traffico dati per lo smartphone, combustibili sostenibili per la cucina, ma anche pagare le rette scolastiche o attivare una forma di assistenza sanitaria usando come moneta di scambio la plastica. Questa, invece di essere trattata come rifiuto, viene poi smistata e venduta a imprese che la riutilizzano nella propria filiera produttiva come “social plastic”, plastica solidale. Un sistema in grado di ridurre l’impronta ambientale della plastica e fornire il giusto compenso a chi si impegna a raccoglierla, evitando che si trasformi in rifiuto. Abbiamo chiesto a Katz quali sono i prossimi passi e cosa bisogna fare per riuscire a cambiare il modo in cui le persone e le aziende guardano e maneggiano la plastica: da rifiuto a risorsa.

Il Ted che l’ha visto protagonista ha svegliato le coscienze di molti. Si aspettava un successo così ampio? E in particolare, secondo lei perché il tema della plastica è esploso nell’ultimo anno?
Quando abbiamo deciso di dar vita a Plastic Bank, cinque anni fa, abbiamo dovuto sensibilizzare chiunque incontrassimo sul tema della plastica negli oceani. Oggi, non è più così. Le scoperte dei vortici di plastica e degli effetti devastanti che questi hanno sull’ecosistema marino hanno colpito il mondo intero. Quando il problema della plastica negli oceani è diventato un fatto – con tutte le prove a testimonianza –sono rimasti tutti scioccati. La salute dell’oceano ha un impatto su ogni forma di vita. E molti ora considerano la protezione degli oceani come una scelta di vita. 

Un passaggio che mi ha colpito particolarmente del suo discorso al Ted è stato quello sul valore che ha la plastica anche quando diventa rifiuto. Ha parlato di 50 centesimi per chilogrammo di plastica raccolta e di un mercato potenziale di quattromila miliardi di dollari. Stiamo parlando di una cifra paragonabile al pil della Germania. Com’è possibile che una ricchezza così importante venga sprecata?
La plastica vale più dell’acciaio, a peso. È vista solo come un rifiuto dalla persona comune che non capisce il suo valore reale e soprattutto come farlo fruttare. Quando definiamo una cosa rifiuto, la vediamo come rifiuto. 

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Soldi, beni e servizi in cambio di plastica con Plastic Bank

Ci può raccontare una storia che l’ha colpita particolarmente dal punto di vista del sostegno che questo progetto è in grado di fornire alle persone, alle famiglie?
Molte città a Haiti non hanno possibilità di guadagno. I cittadini camminano più di un’ora per trovare un lavoro alla giornata. Il nostro impatto va oltre la prevenzione dell’inquinamento da plastica; il vantaggio economico che i nostri ecosistemi ci forniscono è fondamentale per creare una comunità locale. 

Sempre nel suo intervento al Ted, ha fatto riferimento ad altri paesi in cui i negozi di Social Plastic potrebbero presto sbarcare. Quali sono i prossimi obiettivi?
Plastic Bank attualmente è presente a Haiti, nelle Filippine e in Brasile. Ora stiamo per sbarcare anche in Indonesia, a cominciare da Bali. Dopo Bali, ci focalizzeremo sul resto del Paese. Le prossime tappe di espansione del progetto includono Messico, Sudafrica ed Etiopia.

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Un fiume sepolto dai rifiuti, soprattutto plastici, a Haiti © Plastic Bank

È possibile trovare una declinazione di Social Plastic dal punto di vista della raccolta anche in paesi già sviluppati, come in Europa?
Per ora stiamo testando nuovi programmi in Canada, Francia e Germania per costruire un modello di sviluppo adatto ai paesi industrializzati.

Al contrario Social Plastic è già presente in Italia dal punto vista della produzione e distribuzione di polimeri da plastica riciclata, giusto?
La plastica raccolta attraverso i nostri programmi viene venduta all’industria manifatturiera in tutto il mondo. Usare plastica in questo settore è uno strumento potente per avere un impatto globale.

Togliere la plastica dagli oceani, raccoglierla e ridarle valore in un quadro economico circolare è fondamentale. Ma la questione va affrontata e risolta alla base. Cosa pensa si debba fare per impedire che la plastica finisca nei fiumi, nei mari e negli oceani di tutto il mondo?
I nostri programmi non hanno lo scopo di rimuovere direttamente la plastica dagli oceani. Al contrario, cerchiamo di evitare che questa finisca in acqua. Il nostro sistema Social Plastic fornisce numerosi incentivi per aumentare il valore dei rifiuti plastici ed evitare che questi vengano smaltiti negli oceani o vengano visti come rifiuti in generale. Mostriamo il vero valore della plastica.

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Che ruolo hanno le aziende in questa prospettiva?
Le società possono acquistare la plastica da Social Plastic per usarla nella loro filiera produttiva o iscriversi ai nostri programmi per raggiungere la “plastic neutrality”, cioè per minimizzare l’impronta lasciata dalla plastica sul Pianeta. Entrambe le modalità contribuiscono direttamente alla diffusione delle nostre attività e al raggiungimento del nostro obiettivo. Un consumatore consapevole può usare il suo potere d’acquisto per influire sul modo in cui un prodotto viene realizzato. I milioni di persone che ci seguono chiedono che se un’azienda deve per forza usare la plastica, che sia Social Plastic, ovvero una plastica che abbia trasferito il suo valore nelle mani di chi l’ha raccolta contribuendo a ridurre la povertà e prevenire l’inquinamento degli oceani. 

Come ha accolto la proposta europea di vietare la produzione di imballaggi di plastica monouso?
Per salvare i nostri oceani e la Terra c’è bisogno di una molteplicità di soluzioni e noi incoraggiamo ogni forma di dialogo per migliorare il nostro modo di operare. Ci concentriamo su come riciclare la plastica, nella speranza che i leader, chi fa le leggi e i consumatori rivedano il loro concetto di consumo di plastica.

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