Le emissioni di metano restano incompatibili con gli obiettivi climatici globali

L’Agenzia internazionale dell’energia spiega che nel 2025 le emissioni di metano sono state pari a 580 milioni di tonnellate.

Le emissioni di metano disperse ogni anno nell’atmosfera terrestre si mantengono “a dei livelli molto elevati”. A spiegarlo è l’ultima edizione del Global methane tracker, rapporto annuale pubblicato dall’Agenzia internazionale per l’energia (Iea), secondo la quale si conferma un trend già evidenziato negli anni precedenti.

Dal settore delle fossili 124 milioni di tonnellate di metano disperso nell’atmosfera

Si tratta di una notizia particolarmente negativa per il riscaldamento globale, poiché il metano presenta un “potere climalterante” molto più intenso rispetto al biossido di carbonio. Se quest’ultimo è infatti il gas ad effetto serra più presente nell’atmosfera, il metano ha un effetto in termini di riscaldamento climatico decine di volte superiore rispetto alla CO2. Di contro, permane meno a lungo: alcuni decenni a fronte di alcuni secoli di “resistenza” dell’anidride carbonica. In altre parole, il prezzo delle emissioni di metano viene pagato più nell’immediato: proprio per questo tale fonte è in grado di far “saltare il banco” rispetto agli impegni assunti dalla comunità internazionale per limitare la crescita della temperatura media globale.

Nello specifico, il rapporto indica che la produzione record del settore delle energie fossili – carbone, petrolio e gas – nel 2025 è stata responsabile del 35 per cento delle emissioni di metano di origine antropica, ovvero 124 milioni di tonnellate. Un dato che risulta in aumento rispetto all’anno precedente, quando si era arrivati a 121 milioni, nonostante le promesse avanzate da numerosi governi, a partire dal patto approvato nel corso della Cop26 di Glasgow nel 2021 e finora ampiamente disatteso.

L’Iea: “Non c’è alcun segnale di diminuzione del metano”

La stessa Iea, infatti, evidenzia nel documento che “non c’è alcun segnale che le emissioni mondiali di metano legate all’energia siano in diminuzione”. A pesare è soprattutto il settore petrolifero, con 45 milioni di tonnellate, seguito da quello del carbone (43 milioni) e dal gas (36 milioni). Nel primo caso, il metano si disperde soprattutto attraverso fughe nelle infrastrutture nel corso di operazioni di degasaggio (la rimozione di gas disciolti nei liquidi) e nel cosiddetto flaring (la combustione sul posto del gas in eccesso estratto assieme al petrolio, con le caratteristiche fiammelle che spuntano dalle torri sulle piattaforme).

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Un sito di gas flaring a Ughelli, nel Delta del Niger, in Nigeria © Robin Hinsch/Sony world photography awards

La stessa agenzia suggerisce che recuperare almeno queste emissioni fuggitive rappresenterebbe un modo per limitare i danni: secondo i calcoli se ne potrebbe evitare facilmente circa il 30 per cento. Il tutto “a costo zero”, sottolinea il rapporto, poiché il gas verrebbe recuperato, e le spese sostenute per farlo potrebbero essere ripianate grazie all’immissione della materia prima sul mercato. Ciò significa però, evidentemente, che il gas venduto verrà prima o poi bruciato da qualcuno, contribuendo altrove ad alimentare ancora una volta la crisi climatica.

Il settore agricolo responsabile della maggior parte delle emissioni

Va sottolineato che altri settori però contribuiscono in modo determinante alle emissioni complessive, a partire dall’agricoltura (e in particolare gli allevamenti), responsabile per circa il 60 per cento: così, complessivamente, il totale delle emissioni è stato lo scorso anno pari a circa 580 milioni di tonnellate. Una quota tecnicamente incompatibile con l’obiettivo di limitare la crescita della temperatura media globale ad un massimo di 1,5 gradi centigradi, di qui alla fine del secolo, rispetto ai livelli pre-industriali. O per lo meno non discostarsi troppo da tale soglia.

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