Investimenti sostenibili

Enrico Giovannini. Il nostro capitale umano e sociale ci ha permesso di superare la crisi

Se supera timori e ritardi culturali, l’Italia ha tanto da dimostrare. Continua l’intervista al professor Enrico Giovannini, fondatore e portavoce di Asvis.

Nel cammino verso lo sviluppo sostenibile e gli Obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite (Sdgs), le aziende (e tutto ciò che ruota attorno a loro) devono fare la propria parte. Innanzitutto, aprendo gli occhi di fronte ai legami sistemici tra ambiente, società, economia. E, soprattutto, avendo il coraggio di cambiare modello. Continua la nostra conversazione con Enrico Giovannini, economista, professore universitario e portavoce di Asvis, l’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile.

Il 1 giugno, al Festival dello sviluppo sostenibile, i rappresentanti di imprese, finanza, cooperative e artigianato hanno firmato il primo manifesto italiano per l’Agenda 2030. E adesso?
È già partita la richiesta a tutte queste associazioni, e non solo, di costituire un nuovo gruppo per dare attuazione alla Carta di Milano. Abbiamo identificato quattro aree: comunicazione e advocacy, formazione, condivisione delle buone pratiche e, infine, l’ingresso nel dibattito pubblico italiano. Su quest’ultimo punto siamo un po’ indietro rispetto ad altri paesi. A parte qualche campione riconosciuto, in pochi parlano di questi argomenti in televisione e così si rimane un po’ vittima dei media.

Firma della dichiarazione sull'Agenda 2030
Firma della “Carta di Milano” sull’Agenda 2030. Foto © ASviS

Volvo, recentemente acquisita dai cinesi di Geely, ha dichiarato che dal 2019 produrrà solamente autovetture con motori elettrici.
Questo spiega forse il perché la Norvegia ha annunciato che vieterà le auto a benzina entro il 2025, l’India entro il 2032, il Regno Unito entro il 2040. Ecco: se l’Italia lo promettesse entro il 2030, o il 2025, genererebbe un’accelerazione nel ripensamento nell’organizzazione della mobilità (e quindi della nostra vita) straordinariamente positivo, creando tutta una serie di attività. Certo, se il produttore nazionale non è Tesla è un problema, perché c’è una resistenza. È una resistenza culturale, al di là di un’eventuale lobbying; manca un campione che dica “sì, questa è veramente la strada giusta”. Ecco perché, attraverso quest’iniziativa con le associazioni imprenditoriali, vorremmo far crescere il numero di campioni che promuovano (per riprendere le parole di Macron) una transizione ecologica e inclusiva, che per giunta economicamente è conveniente.

Leggi anche la prima parte dell’intervista

È anche una transizione nell’allocazione del valore aggiunto. Secondo uno studio della Mercedes, il 40 per cento del valore aggiunto sarà costituito dalle batterie e dal software che gestisce l’energia. Quindi non più fonderie e ruote, ma software. Stiamo parlando di una rivoluzione industriale.
Esatto, questi motori elettrici e ibridi hanno costi di manutenzione molto più bassi perché sono semplificati rispetto ai motori a scoppio.

Però è imprescindibile stabilire con chiarezza, in ottica sistemica, il futuro che si ipotizzare per i settori produttivi e le aziende che dovranno riconvertirsi.
Questo vuol dire anche dare una chiara indicazione su dove investire capitali. E sappiamo che in questo momento ci sono, in giro per il mondo capitali alla disperata ricerca di investimenti.

Quindi, nella lista dei propositi “post Carta di Milano” qualche progetto industriale concreto ci piacerebbe.
Assolutamente, ma soprattutto bisogna riuscire a far questo passaggio. In Italia noi abbiamo tantissime piccole imprese, molte delle quali (senza saperlo) già operano secondo i principi di sviluppo sostenibile: sto parlando di quelle piccole imprese in cui l’imprenditore, i lavoratori, la comunità costituiscono un unicum. Questo per le imprese italiane sarebbe un vantaggio competitivo, un ulteriore aggancio per vendere il brand made in Italy. Questo è il grande sforzo che dobbiamo provare a fare sull’industria manifatturiera. Nell’agricoltura invece le recenti norme che impongono la tracciabilità di tutti i processi, a fronte di un cambiamento nella mentalità dei consumatori, possono stimolare un’enorme riallocazione della domanda a favore di un modello di alimentazione più sostenibile. Perché soprattutto le nuove generazioni sono molto in linea con questo nuovo modello di sviluppo, mentre le vecchie generazioni sono ancora ancorate al vecchio (e insostenibile) schema per cui lo sviluppo equivale al pil.

Gli obiettivi di sviluppo sostenibile Onu (Sdgs)
Gli obiettivi di sviluppo sostenibile Onu (Sdgs)

Da un lato le aziende puntano molto sul bio e sul chilometro zero. Viceversa, nei processi decisionali, la logica prevalente è ancora incentrata sulla riduzione delle spese (costo del lavoro in primis) e sulla flessibilità, ma così come creiamo la buona occupazione?
Questa è certamente una delle domande cruciali a cui non abbiamo ancora una risposta, per il combinato della rivoluzione tecnologica ma anche del ritardo culturale per cui “sviluppo sostenibile” è confuso con “ambiente”.

E a cosa dobbiamo pensare se non all’ambiente?
Dobbiamo pensare alla sostenibilità sociale, che è altrettanto fondamentale della sostenibilità ambientale e economica. In Austria c’è un consiglio per l’economia progressista composto da esperti e capitani d’impresa che ha lavorato sul grande tema dell’automazione e del possibile crollo dell’occupazione in certi settori. Arrivando a dire il mondo del futuro non è ripartito tra due componenti, come tanti studi dicono, cioè i capitalisti e gli highly-skilled workers che svolgeranno attività non replicabili attraverso un robot, ma ci sarà una terza componente, costituita da coloro che non faranno niente.

robot automotive
I robot assemblano alcune componenti di un’auto. Foto © Ingimage

Volenti o nolenti…
Soprattutto nolenti. Senza di loro, però, a chi si vende la produzione fatta dai robot? E di fronte a questo c’è il tema dell’introduzione del reddito di inclusione, per creare domanda sufficiente per alimentare i processi produttivi.

Rimane da dimostrare se, o come, il reddito di inclusione sia sostenibile finanziariamente.
E arrivano infatti alla conclusione che in realtà serve una redistribuzione dei diritti di proprietà dei robot, in modo che tutte le persone (sia lavoratori, sia capitalisti) abbiano quest’altra componente di reddito, che non attraversa il mercato. Se questo poi si realizza attraverso una tassazione o in altro modo, è ancora da vedere. Ma vediamo chiaramente che l’aumento delle diseguaglianze sociali è un danno per la crescita.

Ma in attesa che studiosi, politici e governo facciano qualcosa, io, da cittadino, cosa posso fare?
Visto che la sostenibilità passa per le quattro forme di capitale (capitale umano, capitale sociale, capitale naturale e capitale fisico), devo investire sul capitale umano e sociale, che sono almeno parzialmente sotto il mio controllo. L’Italia – e l’esperienza di Asvis lo conferma – è ricchissima di queste strutture, apparentemente piccole, che in realtà hanno tenuto in piedi il paese anche in periodi di crisi economica drammatica.  

Quindi, come sistema paese, abbiamo un vantaggio competitivo da sfruttare.
Un vantaggio competitivo che però fa capire che la sostenibilità sociale è altrettanto importante di quella ambientale. Quindi, quando l’imprenditore parla solo di ridurre i costi, mette a rischio in una prospettiva macro il suo futuro, perché non ci saranno consumatori.  

ASviS Sdgs
Asvis è un catalizzatore di persone e organizzazioni che si impegnano per gli Sdgs. Foto © Asvis

Ripulire i mari, non solo in una logica puramente ambientalista ma in una logica di impresa in cui si recuperano i materiali per riportarli a una seconda vita, è un business che vale miliardi.
La tecnologia oggi ci dimostra che il riciclo è una cosa non solo buona ma anche utile e vantaggiosa a livello economico, nonostante richieda più addetti. È uno dei principi dell’economia circolare: se invece di concentrarti ad abbattere il 20 per cento dei costi (ovvero il costo del lavoro) abbatti l’80 per cento rappresentato dalle materie prime, i costi complessivi calano anche immettendo più lavoratori nel processo produttivo. Così, aumentano i profitti. Sembra il Sacro Graal, in realtà si tratta solo di capire che tutto è correlato. Ci saremmo potuti arrivare molto tempo fa, se nelle contabilità di Stati e imprese fosse stato fatto un reale conteggio dei costi e dei profitti.  

Vorrei chiederle qualche informazione in più sull’Obiettivo 17, ovvero la collaborazione per gli Sdgs. Lo ritengo il cuore delle novità dell’Agenda 2030.
Da un certo punto di vista è una novità, dall’altro no, perché la partnership per lo sviluppo c’è sempre stata. La differenza fondamentale di questo nuovo approccio è che vuole aiutare i paesi in via di sviluppo a svilupparsi per la loro stessa autonomia e non solo per poi comprare i prodotti dei paesi sviluppati. Questo vale soprattutto per le tecnologie. Il Forum di Addis Abeba di luglio 2015 aveva posto proprio il tema della tecnologia come fattore abilitante e di accelerazione allo sviluppo. Invece di trasferire ai Paesi in via di sviluppo le nostre tecnologie obsolete o inutilizzabili per le nuove normative ambientali, e quindi scaricare l’inquinamento su di loro, la logica è proprio quella del trasferimento tecnologico e della costruzione del capitale umano. Questo richiede molta lungimiranza, ma abbiamo visto anche in questo caso che c’è una competizione molto maggiore rispetto al passato. La Cina in tutti questi anni ha avuto un atteggiamento molto aggressivo, secondo alcuni, in alcune aree del mondo…  

ASviS Giovannini
Festival dello sviluppo sostenibile. Foto © Asvis

Compresa l’Europa, dal mio punto di vista…
Quindi questo vuol dire, di nuovo, che se l’Europa vuole essere la campionessa di sviluppo sostenibile, ha una grande opportunità anche per favorire le proprie imprese che sono sulla frontiera. È molto positivo che l’Europa abbia scelto gli Sdgs come quadro concettuale nel suo consensus per lo sviluppo, che guida tutti i fondi comunitari. Però è anche vero che poi gli ODA (Official Development Assistance) nazionali continuano a giocare un fortissimo ruolo e molti Paesi sono molto indietro, Italia compresa. Il flusso di aiuti allo sviluppo è molto basso rispetto agli impegni che ci siamo presi. Ce ne ricordiamo solo in occasione degli sbarchi, ma sono investimenti di lungo termine.

L’altro elemento della partnership per lo sviluppo è il coinvolgimento di tutte le parti della società civile e delle imprese. Nel Consiglio nazionale per la cooperazione e lo sviluppo c’è un gruppo di lavoro sulla cooperazione pubblico-privato per gli obiettivi di sviluppo sostenibile, ma le imprese italiane sono ancora molto indietro di fronte all’idea che, quando vanno in un paese in via di sviluppo, sono tenute a contribuire (oltre che, legittimamente, alle loro attività) agli Sdgs.  

Un progetto interessante è quello della Fondazione Jacobs in Costa D’Avorio. Per combattere il lavoro minorile e la schiavitù nella coltivazione e nella produzione del cacao, ha detto (semplificando): io metto a disposizione 10 milioni per i prossimi cinque anni se tu, Governo della Costa d’Avorio, garantisci che i ragazzi andranno a scuola e se tu, industria della trasformazione del cacao e produzione del cioccolato, ti impegni a non acquistare cacao frutto di lavoro minorile e schiavitù. È un bellissimo esempio di collaborazione concreta tra governo, fondazione e industria.
È una trasformazione industriale e sociale non facile; altri Paesi e sistemi imprenditoriali sono più avanti. L’altra grande lotta su cui la cooperazione internazionale delle imprese sta andando avanti è quella contro lo sfruttamento e la schiavitù.

Facevo quest’esempio anche per dire che, per ridurre i flussi di immigrazione, progetti simili esistono e vanno alla radice dei problemi.
Il tema vero è la stabilità, la persistenza di questi comportamenti. Questo vale all’interno dei paesi ma anche nella cooperazione internazionale. Se, cioè, i fondi della cooperazione sono esposti ogni anno a una battaglia e non si sa se aumentano o diminuiscono, è chiaro che questo non genera azioni forti da parte delle imprese.

Le imprese hanno bisogno di chiarezza, di regole stabili…
E questo è qualcosa su cui i paesi sono più forti o meno forti a seconda delle loro abitudini istituzionali, purtroppo.

Schiavitù cooperazione internazionale
L’altra grande lotta su cui la cooperazione internazionale delle imprese sta andando avanti è quella contro lo sfruttamento e la schiavitù. Foto © Mario Tama / Getty Images

Cosa ci possiamo aspettare da Asvis nei prossimi mesi?
28 settembre: presentazione del Rapporto Asvis 2017, che sarà la base per una campagna di comunicazione, in particolare nei confronti delle forze politiche e dei movimenti, per far sì che questo diventi il tema delle prossime elezioni ma soprattutto della prossima legislatura. Se non sarà così, al 2030 ci arriveremo senza aver rispettato gli impegni presi.

È paradossale che la stampa italiana durante il G7 abbia dedicato ampio spazio a Trump che si ritirava dall’Accordo di Parigi invece di discutere su cosa stiamo facendo noi per rispettarlo, come se si trattasse di un fatto di cronaca e non di un problema politico. Supponiamo per un attimo che fosse Gentiloni a dire una cosa del genere. Anche in Italia, come negli Stati Uniti, avremmo avuto regioni o città a rispondere We are still in? Secondo me, probabilmente, alcuni avrebbero risposto: “Parigi chi?”. Altri avrebbero detto: “Ma no, era un pezzo di carta firmato all’Onu ma queste cose non contano…”. Terza reazione possibile: “Visto che c’è una legge italiana che impone di smantellare i sussidi dannosi per l’ambiente, e sono 16 miliardi di euro l’anno, forse tutto sommato non è una cattiva idea uscire da Parigi e rinviare questa cosa, che rischierebbe di farmi perdere voti alle elezioni dell’anno prossimo”.

accordo di parigi clima trump
La conferenza stampa in cui Donald Trump ha annunciato il ritiro degli Usa dall’Accordo di Parigi. Foto © Win McNamee/Getty Images

Certo, un sistema economico che apparentemente rende gratuito o quasi l’inquinamento creerebbe altri “vantaggi competitivi”, per così dire.
Certo, poi scopriamo che l’acqua non c’è perché non abbiamo investito sulla gestione delle acque, poi scopriamo che l’agricoltura è a pezzi per i cambiamenti climatici. Finora queste cose non venivano mai collegate, ma ormai le crisi sono talmente frequenti che qualcuno inizia a farsi le domande giuste. Comunque, dopo il rapporto faremo una grossa campagna per orientare il dibattito politico su questi temi. Nel frattempo prepareremo il Festival della sostenibilità 2018, che immaginiamo ancora più ampio grazie al successo della prima edizione. E poi vedremo, visto che sarà all’indomani delle elezioni nazionali e regionali.  

Quando si terrà il Festival?
Dal 22 maggio al 7 giugno. Nel frattempo, durante l’anno scolastico e accademico 2017-2018, diventerà molto concreto il tema dell’educazione. Lavoreremo con le imprese per l’attuazione della Carta di Milano, ma anche sulla Carta di Bologna insieme a i sindaci delle città metropolitane. Abbiamo predisposto una strategia urbana sostenibile che presenteremo all’Anci al suo incontro nazionale di ottobre. Insomma, sarà un anno intenso.

 

Foto in apertura © Asvis
Articoli correlati