L’obbligo di targa per il monopattino elettrico è in vigore dal 16 maggio scorso; l’assicurazione per la responsabilità civile sarà obbligatoria dal 16 luglio.
Convertire le ferrovie dismesse in ciclovie consente di rilanciare le piccole economie locali. Veneto, Emilia-Romagna e Lombardia le regioni più virtuose.
Con oltre 5.000 chilometri ancora poco sfruttati, le ferrovie dismesse rappresentano un vero proprio patrimonio sul quale investire. Laddove sono state riconvertite in piste ciclabili, hanno portato concreti benefici all’economia dei territori attraverso interventi di recupero infrastrutturale, artistico e storico. A dieci anni di distanza dalla prima indagine sul tema, la Federazione italiana ambiente e bicicletta (Fiab) è tornata a occuparsi della questione, fotografando in una ricerca un complessivo balzo in avanti: dal 2010 ad oggi si è passati da 42 piste ciclabili ricavate dai sedimi ferroviari alle attuali 57, e da 640 a 1.000 chilometri totali; il fenomeno coinvolge ormai tutte le regioni eccetto la Valle d’Aosta e il Molise, che però contano pochi tratti dismessi e per giunta soltanto di recente.
Per Antonio Dalla Venezia, coordinatore regionale Fiab Veneto e presidente del comitato tecnico scientifico di Bicitalia.org, “si tratta di un dato positivo che conferma un interesse sempre maggiore da parte dei nostri amministratori verso una tematica che, fino a dieci anni fa, era sostanzialmente ignorata, a parte qualche eccezione”. Le regioni in assoluto più virtuose sono il Veneto con 165,5 chilometri (dove spiccano la tratta Treviso-Colzé lungo la ciclovia Treviso-Ostiglia e la tratta Calalzo-Cimabanche lungo la Calalzo-Cortina-Dobbiaco), seguito dall’Emilia-Romagna con 132,2 chilometri e dalla Lombardia con 121,3 chilometri.
Dopo i primi tre gradini del podio, meritano una menzione altre regioni che hanno dimostrato una buona dinamicità rispetto a questo tipo di investimenti. E’ il caso dell’Umbria, che in dieci anni ha segnato un +564 per cento passando da 11 a 73 chilometri di tratte recuperate, oppure della Basilicata e dell’Abruzzo. La tratta ferroviaria italiana con più chilometri recuperati è la Godrano-Ficuzza-San Carlo in Sicilia, 62 chilometri convertiti in ciclovia che però necessitano di una maggiore attenzione in termini di interventi di manutenzione e conservazione.
Riqualificare una ferrovia è un intervento nel pieno rispetto dell’ambiente e con un impatto minimo sul territorio perché, indipendentemente dalla nuova destinazione d’uso, consente di evitare il consumo di nuovo suolo pubblico vergine. Significa oltretutto tenere viva la memoria e la storia di un’infrastruttura già esistente, dando nuova dignità a un lavoro realizzato decine di anni prima; i progetti di riqualificazione includono sempre il recupero di vere e proprie opere d’arte, come gallerie, ponti, viadotti, caselli e stazioni, che costituiscono un importante patrimonio culturale e architettonico del nostro Paese.
“Una tratta di ferrovia dismessa rinata e convertita in percorso cicloturistico – sottolinea Dalla Venezia – diventa già da sola un’attrazione verso quel territorio. L’appetibilità e il fascino che regala un percorso di questo tipo è ampiamente superiore a una normale ciclovia, perché significa pedalare nella memoria e godere di emozioni diverse”. I vantaggi diretti e indiretti che il recupero di una tratta di ferrovia dismessa porta con sé sono davvero numerosi, a partire dalla valorizzazione di territori minori come i paesi di montagna; può inoltre portare nuova linfa per una piccola economia locale, supportare il cicloturismo e la mobilità sostenibile quotidiana e trasformarsi in un incentivo per la ripresa o l’apertura di servizi e attività di accoglienza rivolte ai cicloturisti.
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