Diritti umani

Storie da un mondo in estinzione. Le notizie più importanti sugli indigeni del 2017

In occasione della Giornata mondiale dei popoli indigeni abbiamo scelto alcune delle storie più significative della resistenza dei nativi contro il “progresso”.

L’espansione del dominio della specie Homo sapiens sul pianeta prosegue inesorabile. Le foreste più selvagge, a causa della costante crescita infrastrutturale, non sono più così inaccessibili, le sconfinate steppe vengono violate dai gasdotti e le esplorazioni petrolifere non risparmiano le acque artiche. A risentire dell’insopportabile pressione antropica e della distruzione degli habitat sono, naturalmente, un gran numero di specie animali (è in corso la sesta estinzione di massa della storia del pianeta), ma non solo. Particolarmente minacciate sono anche alcune popolazioni umane che, dunque, appartengono alla specie dominante, ma che sono sostanzialmente diverse da questa. Parliamo dei popoli indigeni e tribali, ovvero quelle popolazioni che ancora vivono in maniera tradizionale, come i propri avi, e che hanno deciso di non tradire il proprio retaggio culturale, preferendo estinguersi anziché conformarsi. Queste persone potrebbero apparire come relitti di un’epoca antica, che sembra definitivamente tramontata, eppure non è così, anzi, come ricorda Survival, “sono nostri contemporanei e rappresentano una parte essenziale della diversità umana, e quando i loro diritti sono rispettati, continuano a prosperare e a portare avanti i loro stili di vita, essi stessi in continua evoluzione”. Nonostante la legge garantisca ai nativi diritti territoriali, non sono pienamente rispettati in nessun paese del mondo e la maggior parte delle popolazioni deve far fronte a soprusi e razzismo, mentre numerose tribù sono vittima di genocidi più o meno silenziosi, per un pugno di banconote.

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Manifestazione indigena in Brasile
I popoli indigeni conoscono bene i fragili equilibri degli ecosistemi in cui vivono e sanno prendersi cura dei loro ambienti meglio di chiunque altro © Buda Mendes/Getty Images

Abbiamo scelto, per celebrare la Giornata mondiale dei popoli indigeni, cinque storie della stoica resistenza dei popoli indigeni, romantica e malinconica considerato l’incredibile squilibrio di forze in campo, contro l’avanzata di quella che viene definita civilizzazione.

Il genocidio silenzioso dei guaraní kaiowà

Il popolo indigeno dei guaraní kaiowà, che vive nello stato del Mato Grosso do Sul, nella zona centro-occidentale del Brasile, è stato privato quasi totalmente delle proprie terre ancestrali, disboscate e usurpate da allevatori e coltivatori e i nativi sono costretti a vivere in anguste riserve istituite dal governo ai margini delle città. Visto l’immobilismo del governo brasiliano i nativi hanno deciso di riappropriarsi pacificamente delle proprie terre. Ma la reazione dei proprietari terrieri è feroce, i leader delle comunità che rioccupano i loro territori vengono sistematicamente uccisi e i guaraní stanno scomparendo in un assordante silenzio. Ci ha raccontato il dramma della sua gente Ládio Veron, portavoce dei Guaraní Kaiowá del Brasile, venuto in Europa con l’obiettivo di far conoscere i soprusi cui è sottoposto il suo popolo, che abbiamo incontrato a Milano lo scorso aprile.

La tribù dei Chenchu rischia lo sfratto in nome della conservazione

I popoli indigeni, la cui vita si intreccia con quella degli animali da generazioni, sono conservazionisti per natura. Eppure c’è chi non la pensa così, nella Riserva delle tigri di Amrabad, nello stato di Telengana, nell’India meridionale, le autorità vorrebbero allontanare la nativa tribù dei Chenchu in nome della conservazione dei grandi felini. Secondo il governo indiano la presenza degli indigeni sarebbe dannosa per le tigri, la tribù ha lanciato un appello attraverso una lettera aperta, in cui chiede di restare nelle proprie terre. “Il Dipartimento alle foreste vuole sfrattarci da qui ma noi non vogliamo andare da nessun altra parte. Andar via sarebbe come mettere un pesce fuor d’acqua: morirebbe”. Se da una parte i funzionari indiani vorrebbero sfrattare i nativi, dall’altra hanno approvato l’esplorazione per la ricerca di uranio all’interno della stessa riserva, dando adito al sospetto che, in fondo, non siano le tigri la loro prima preoccupazione.

Marcia dei nativi contro la costruzione della diga idroelettrica di São Luiz do Tapajós, in Brasile © Mario Tama/Getty Images
Marcia dei nativi contro la costruzione della diga idroelettrica di São Luiz do Tapajós, in Brasile © Mario Tama/Getty Images

Survival accusa il Wwf di violenze sugli indigeni

Survival International, il movimento mondiale per i diritti dei popoli indigeni, da tempo accusa il Wwf, la più nota organizzazione conservazionista al mondo, di finanziare squadre anti-bracconaggio colpevoli di abusi e violenze ai danni delle comunità pigmee dell’Africa centrale. Lo scorso gennaio l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), ha deciso di accogliere l’istanza di 228 pagine presentata da Survival nel febbraio 2016 e valutare la controversia tra le due organizzazioni.

Come gli indigeni proteggono le foreste dagli incendi

Secondo uno studio presentato lo scorso giugno in Guatemala, garantire il diritto alla terra alle comunità rurali contribuisce a ridurre il rischio di incendi boschivi. I ricercatori sostengono che affidare la gestione delle foreste alle comunità locali che vivono nelle aree rurali ridurrebbe in maniera significativa il rischio di roghi, garantendo una prevenzione molto più efficace di quella fornita dal governo.

Rodrigo Tot, Goldman environmental prize
Tot non ha mai ricevuto un’educazione formale, ha imparato a parlare spagnolo ascoltando gli altri, una preziosa abilità per una comunità indigena che è stata culturalmente separata dal resto del Paese © Goldman environmental prize

La rivolta pacifica di Rodrigo Tot contro la miniera

Rodrigo Tot, 59 anni, è uno dei vincitori del Goldman environmental prize 2017, onorificenza che premia gli attivisti ambientali di tutto il mondo. L’uomo, un leader indigeno guatemalteco, ha guidato la rivolta non violenta della sua comunità contro la realizzazione di una miniera di nichel nella regione di El Estor, sulle rive del lago di Izaba. L’area in questione è di vitale importanza per i suoi abitanti, la popolazione dei Q’eqchi, discendenti dei Maya, la cui sussistenza dipende ancora da pesca e agricoltura.

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