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Per un locale, il caffè può essere un importante biglietto da visita per raccontare sostenibilità e innovazione. Ne abbiamo parlato, a Torino, con Giovanni Rastrelli, giovane Amministratore delegato di EDIT.
Innovazione, condivisione e sostenibilità: sono queste le parole che ricorrono più spesso mentre chiacchieriamo con Giovanni Rastrelli, il giovane Amministratore delegato di EDIT, il locale polifunzionale sorto in uno degli spazi dell’Ex Incet, Industria nazionale cavi elettrici Torino, che oggi è diventata Innovation center Torino e che per cogliere appieno la sfida della modernità sta rivedendo completamente i propri spazi. Giovanni non ha neanche 30 anni, ma non fatevi ingannare dall’età: come un imprenditore navigato, ha le idee chiarissime sulla direzione da seguire per portare EDIT al successo. Partendo da poche certezze: garantire un’offerta di qualità, con prodotti di stagione, etici e sostenibili. Lo abbiamo incontrato alla caffetteria di EDIT per farci raccontare tutto della sua esperienza e della scelta di aderire al progetto LifeGate Café, il network selezionato di locali che hanno come ideale quello di promuovere la qualità della vita nel rispetto dell’ambiente.
Come nasce il progetto EDIT?
EDIT nasce nel 2015 seguendo il sogno dell’imprenditore Marco Brignone e della sua famiglia, e dall’intuizione di voler unire i temi del coworking e del food & beverage. Grazie al supporto dello studio di architettura torinese Lamatilde e dell’acceleratore di startup The Doers, dove anch’io lavoravo prima di lanciarmi con lui in questa avventura, Brignone ha cercato di capire quali fossero i bisogni del territorio e cosa potesse esserci di innovativo in questo settore in Italia. È emerso il bisogno di avere degli spazi professionali in affitto per aiutare le piccole aziende del settore a partire con le proprie attività. L’idea di EDIT nasce da quel bisogno lì, da un birrificio condiviso e da alcune cucine condivise, in affitto, per poi estendersi ed evolversi.
E come si è evoluta l’idea di EDIT? Com’è fatto il locale?
Abbiamo inaugurato il 24 novembre 2017 con quattro macroaree: una bakery café, un brew pub, un ristorante e un cocktail bar, più una reception per l’accoglienza dei clienti, cosa che per noi è estremamente importante. Si tratta di aree che ‘dialogano’ tra loro, una netta separazione non esiste. In ognuna, abbiamo coinvolto una star del settore per realizzare ricette, cocktail, piatti ad hoc, da Pietro Leemann a Renato Bosco, dai Fratelli Costardi ai bartender del BarZ8 di Torino: ognuno di loro ha un’area di appartenenza, ma le contaminazioni sono tante. Con il loro contributo abbiamo creato qualcosa di veramente unico che un giorno ci piacerebbe replicare.
E come?
Ovviamente mantenendo fede ai nostri temi fondamentali, che sono la condivisione, la sharing economy, l’innovazione, la contaminazione, la sostenibilità. In quel caso saremmo consapevoli di doverci adattare, e di doverci rapportare col territorio.
A proposito di sostenibilità: che ruolo ha in EDIT?
Per noi è fondamentale, non si tratta solo di seguire un trend, è un tema che ci è caro. Per esempio abbiamo una sezione del menù completamente vegetariana e vegana e usiamo prodotti di stagione. Stiamo anche provando a realizzare una “cucina circolare” all’interno del locale, riutilizzando gli scarti nobili per nuovi piatti. E poi, abbiamo progettato EDIT in modo rispondesse a criteri di efficienza e risparmio energetico, scegliendo un sistema BMS, che sta per building management system, che controlla sia la climatizzazione, sia le luci: a seconda dell’ora del giorno o del periodo dell’anno, illumina gli ambienti in modo diverso e cambia in automatico scenari ed atmosfere. Inoltre, abbiamo creato al centro del locale un camino naturale, che quest’anno ci ha permesso di tenere spento il riscaldamento del primo piano quasi tutto l’inverno. Anche i materiali che abbiamo scelto hanno un basso impatto ambientale. Insomma, abbiamo prestato attenzione a diversi dettagli, che poi sono quelli che fanno la differenza…
Come si inserisce nella vostra visione Lavazza Alteco?
Con Lavazza c’è stato un feeling da subito, 2016, da prima che EDIT fosse EDIT, quando ancora c’era solo il cantiere. Abbiamo raccontato la nostra idea, è piaciuta ed è nata una collaborazione che non riguarda solo la caffetteria, ma tutto il locale. Anche se proprio la bakery, ovviamente, è per noi il luogo più importante, perché è il nostro biglietto da visita, è il primo punto di contatto col cliente. EDIT non si trova in centro città, è una destinazione: la gente deve voler venire qui, non si entra nel nostro locale per caso. Dunque per noi anche il caffè deve aiutarci a “raccontare”, fin da subito, la filosofia di EDIT. La stessa caffetteria è pensata come un luogo informale, dove si può anche lavorare e non solo bere un buon caffè in tutto relax. Lavazza Alteco ci aiuta in questa impresa. E ai clienti piace!
Per Giovanni Rastrelli, la decisione di aderire al progetto LifeGate Café ha coinciso con una necessità: servire un caffè che fosse non solo biologico e buono, come Lavazza Alteco, 100% proveniente da agricoltura biologica e certificato UTZ, ma che rappresentasse anche lo specchio dei valori promossi da EDIT di innovazione dello spazio e del cibo, di sostenibilità, di modernità, di condivisione, di attenzione alle esigenze dei clienti e di uso responsabile dell’energia e delle risorse. Tutti elementi che, secondo il quarto Osservatorio nazionale sugli stili di vita sostenibili realizzato da LifeGate ed Eumetra, costituiscono le caratteristiche di un’azienda sostenibile ed etica.
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