La mappa per il green deal è pronta, ora gli stati membri affrontino il viaggio

Dalla Commissione europea arriva una cartina geografica per raggiungere il faro verde del green deal: il recovery fund, piano per la ripresa dell’Europa.

A cura di Pietro Cesaro

Col green deal europeo si era acceso, nel cuore dell’Europa, un faro verde che tuttora invita gli stati membri (che sarebbero le nostre imbarcazioni in questo articolo) a raggiungere il 2050 con emissioni nette di gas serra pari a zero. Nel frattempo, in questo lungo viaggio appena cominciato si è subito incrociata la prima grande tempesta pandemica, e l’inizio di una crisi economica senza precedenti.

In risposta a tali burrasche e subbugli socioeconomici, la Commissione ha proposto una cartina geografica per raggiungere il faro verde del green deal: un piano per la ripresa dell’Europa (il famoso recovery fund); approvato non senza difficoltà dal Consiglio europeo il 21 luglio (dopo 91 ore di negoziati). Il Parlamento europeo ha espresso diverse riserve in merito, approvando una risoluzione molto critica del modo in cui i leader politici hanno preparato la cartina per raggiungere il faro verde del green deal.

green deal
La sede della Commissione europea a Bruxelles, in Belgio © Leon Neal/Getty Images

Recovery fund e clima, a che punto siamo

Seppur il recovery fund sia corposo, e l’opportunità del tutto nuova di creare debito comune europeo per finanziare la ripresa sia per l’Unione una rivoluzione copernicana, è necessario ricordare che i motori delle imbarcazioni degli stati membri debbano essere al più presto elettrici (e alimentati ad energia rinnovabile), e che l’oceano circostante debba rimanere un ecosistema in funzione.

La rivoluzione copernicana, dunque, dovrà andare di pari passo con le priorità ambientali, altrimenti affonderemo tutti ben prima del 2050. Guardando al recovery fund, non mancano delle notizie positive. Ad esempio, il 30 per cento di quest’ultimo dovrà essere speso per obiettivi legati al clima. Tuttavia, ce ne sono anche di negative: il fondo per una giusta transizione (jtf), mirato ad hoc per superare la cronica dipendenza dai combustibili fossili, passa da un totale proposto di 40 miliardi a 17,5.

In sostanza, il piano di rilancio rispetta alcune promesse ma non la forte necessità di una più alta ambizione: non sono stati forniti abbastanza dettagli per raggiungere sani e salvi il faro verde del green deal. Il 30 per cento del fondo corrisponde a 547 miliardi, un quarto di ciò che serve per raggiungere gli obiettivi climatici al 2030 (riduzione delle emissioni tra il 50 e il 55 per cento rispetto ai livelli preindustriali); necessario dunque che salga nelle imbarcazioni degli stati membri anche il settore privato.

Il decreto di rilancio italiano

Molte cose saranno ora in mano agli stati membri e all’ambizione dei loro rispettivi decreti rilancio. La cartina fornita (cioè il recovery fund), come detto, non è così chiara, ma offre una parvenza di direzione. Tuttavia, dando una veloce occhiata all’imbarcazione italiana, ci si accorge che è salpata senza i dovuti collaudi. Nel decreto di rilancio italiano, infatti, non vi è nessuna politica coraggiosa e trasformativa che sia in grado di guardare oltre al nostro naso, solo alcuni incentivi alla mobilità sostenibile e all’efficientamento energetico degli edifici, nessuna misura che disincentivi con fermezza attività dannose per l’ambiente; non è così che si affrontano viaggi lunghi e tortuosi.

Il faro verde del green deal continua a brillare di luce propria, la cartina del recovery fund è stata se non altro preparata, sta ora all’ambizione dei diversi stati membri decidere se affondare ad uno ad uno senza politiche trasformative, oppure approdare in terre pulite e ricche di fauna e flora nel 2050.

Le opinioni espresse in questo articolo sono quelle dell’autore e non riflettono necessariamente la posizione di altre organizzazioni ad egli collegate.
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