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La guerra nel Nagorno Karabakh si ferma dopo settimane di bombardamenti. Ma tra Armenia e Azerbaigian non si può parlare di accordo di pace.
Dopo 43 giorni la guerra nel Nagorno Karabakh è terminata. Se l’annuncio della fine delle ostilità a Baku, in Azerbaigian, è stato accolto con feste e caroselli, per le strade di Yerevan, la capitale armena, è esplosa la rabbia della popolazione che ha preso d’assalto il parlamento e la casa del primo ministro Nikol Pashinyan, l’uomo che ha annunciato alla nazione la capitolazione dell’Armenia e delle forze del Nagorno Karabakh , tramite un post su Facebook. L’Azerbaigian ritorna in possesso di gran parte del territorio conteso dopo trent’anni.
Non è un accordo di pace quanto firmato da Armenia, Azerbaijan e Russia. Si tratta invece di un cessate il fuoco e dell’ammissione di sconfitta da parte dell’Armenia. Il premier Pashinyan ha definito con queste parole il contenuto dell’accordo di cessazione delle ostilità: “Indicibilmente doloroso per me e per il nostro popolo”, ha spiegato che la decisione è stata presa in seguito alla caduta di Shushi e all’avvicinarsi inesorabile delle forze di Baku a Stepanakert.
I contenuti dell’accordo sono caustici, tranchant e vedono diversi vincitori e un solo grande sconfitto: l’Armenia. Leggendo quanto è stato concordato si evince che gli armeni dovranno ritirarsi dai sette distretti contesi del Karabakh e che anche la storica città di Shushi rimarrà sotto controllo azero. Gli sfollati azeri ritorneranno nei territori del Nagorno Karabakh sotto la supervisione dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) e duemila soldati russi verranno schierati nel corridoio di Lachin, la strada che collega l’Armenia con il Karabakh, con un incarico di cinque anni prorogabile di altri cinque. Ma non è tutto, perché l’Azerbaijan ha chiesto e ottenuto che venga costruita anche una strada di collegamento, attraverso il territorio armeno, con l’enclave del Nakhchivan e con la Turchia.
Dopo più di 40 giorni durante i quali i bombardamenti con droni, artiglieria e aviazione si sono susseguiti incessantemente e i morti, secondo alcune stime, sarebbero più di cinquemila, si è concluso dunque senza accordi di pace, ma con un ennesimo cessate il fuoco, il più sanguinoso conflitto in Caucaso degli ultimi trent’anni. La Turchia e l’Azerbaijan esultano per la vittoria militare, la Russia è riuscita nel suo intento di mettere alle strette il governo europeista, inviso a Mosca. Il premier Nikol Pashinyan è salito al potere con la “rivoluzione di velluto” del 2018 e ha schierato un dispiegamento di truppe in uno dei punti più strategici e importanti della regione. La giovane democrazia armena trema sui suoi stessi cardini e si appresta ad affrontare un futuro incerto ed estremamente doloroso.
La prima tragedia che si è abbattuta sull’Armenia è il dramma degli oltre 140mila sfollati fuggiti dal Karabakh. L’intera popolazione civile del Nagorno Karabakh ha infatti abbandonato le proprie case, ha trovato riparo a Yerevan e nelle altre principali città armene ma, al momento, per tutte queste persone, non è dato sapere se e quando ci sarà una possibilità di ritornare alle proprie abitazioni. Inoltre, nel paese, è in corso una grave crisi politica. Gran parte della popolazione e diversi apparati dell’esercito accusano il governo di Pashinyan di tradimento, la notizia dell’accordo è stata accolta con rivolte e tumulti nelle strade e ora tutto il mondo cerca di comprendere quale sarà il domani dell’Armenia che appare politicamente divisa, fisicamente ferita e incendiata da odi e dolori che nella violenza rischiano di trovare la loro valvola di sfogo.
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