Come la guerra in Ucraina ha cambiato lo scenario energetico globale

Più rinnovabili, più auto elettriche, più pompe di calore, meno gas e carbone. La guerra della Russia ha accelerato la transizione energetica.

  • È trascorso un anno dall’inizio della guerra in Ucraina e lo scenario energetico da allora è cambiato molto.
  • Il ruolo della Russia come esportatore di energia fossile si è notevolmente ridimensionato.
  • Le fonti di energia rinnovabili hanno continuato a crescere, producendo enormi risparmi in termini economici.

A un anno dall’inizio della guerra in Ucraina, lo scenario energetico è cambiato. E di molto anche. Infatti, prima di dichiarare guerra, la Russia era di gran lunga il più grande esportatore di petrolio e gas naturale sui mercati mondiali. Da allora, la sua posizione si è di molto ridimensionata. Un esempio su tutti è il gas: i flussi russi verso l’Europa sono crollati dell’80 per cento in un solo anno.

Anche le esportazioni di greggio e carbone sono diminuite: nel caso del petrolio si tratta di una piccola riduzione, ma la maggior parte di esso viene venduto ormai con forti sconti e con un numero sempre minore di acquirenti, almeno nelle economie avanzate. Pure la parabola del carbone è discendente: dopo un aumento della produzione di energia elettrica da carbone all’inizio del 2022, anche l’uso del combustibile fossile più inquinante è in calo. L’Unione europea (Ue) ha importato 22 milioni di tonnellate di carbone in più nel 2022 come parte di una strategia di emergenza, ma due terzi sono rimasti inutilizzati.

Allo stesso tempo, le alternative più pulite ai combustibili fossili russi stanno crescendo rapidamente, mentre i governi cercano di rafforzare la loro sicurezza energetica in mezzo alla crisi.

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Una distesa di pannelli fotovoltaici © Ralph Orlowski/Getty Images

Dopo l’inizio della guerra, risparmiati 12 miliardi di euro grazie a eolico e solare

Qualche dato può aiutare a capire meglio il panorama energetico che si è venuto a creare. Il combustibile fossile che ha perso più campo è sicuramente il gas: grazie a eolico e solare, che hanno raggiunto per la prima volta un quinto della produzione di energia elettrica dell’Ue nel 2022, abbiamo risparmiato 12 miliardi di euro che, in caso diverso, sarebbero stati spesi nel gas. A sostenerlo è il nuovo rapporto pubblicato dal think tank energetico Ember.

Inoltre, una nuova analisi di Zero carbon analytics mostra che l’Ue ha già sostituito quasi il 75 per cento delle importazioni di gas fossile russo, mentre la domanda totale di gas è scesa del 10 per cento nei primi nove mesi del 2022. Entro il 2030 si prevede un ulteriore calo del 43 per cento in tutto il blocco. Nel frattempo, secondo Transition zero, i risparmi sui costi offerti dalle energie rinnovabili e dallo stoccaggio rispetto al gas fossile sono raddoppiati con con la guerra in Ucraina.

La capacità di energia rinnovabile aggiunta a livello mondiale è aumentata di circa un quarto nel 2022. Le vendite di auto elettriche a livello mondiale sono aumentate di quasi il 60 per cento, gli investimenti nell’efficienza energetica sono aumentati, così come le installazioni di pompe di calore.

I prezzi alle stelle hanno spinto più persone in povertà energetica

E se non fosse stato per le rinnovabili, gli aumenti sarebbero stati ancora maggiori. Già così i prezzi dell’energia sono schizzati alle stelle: motivo che ha spinto la politica verso azioni di emergenza. L’Ue ha speso 252 miliardi di euro per le importazioni di gas fossile nei primi nove mesi del 2022, con un aumento di quasi il 300 per cento rispetto all’anno precedente.

Questi costi vertiginosi hanno fatto lievitare i guadagni delle major petrolifere, da Bp alla Shell, che hanno registrato profitti record, pari a più di 100mila euro al minuto. Questi numeri grotteschi sono stati raggiunti grazie all’impennata delle bollette energetiche che, secondo uno studio pubblicato su Nature energy, potrebbe spingere fino a 141 milioni di persone in più nel mondo verso la povertà estrema.

E a proposito di piani di emergenza, un caso emblematico è quello dell’Italia, che prima dell’inizio del conflitto importava più il 45 per cento di gas dalla Russia. La strategia adottata dai differenti governi che si sono succeduti – prima quello di Mario Draghi e poi quello di Giorgia Meloni – è stata quella di stipulare contratti di fornitura con nuovi partner energetici. Su questa scia, l’Italia ha firmato patti bilaterali con Libia, Algeria, Congo, Mozambico dove l’Eni ha in progetto di esplorare nuovi giacimenti fossili.

Ma a dispetto dei nuovi accordi internazionali che vedono ancora al centro lo scambio di combustibili fossili, ancora una volta sono state le fonti rinnovabili a garantire un maggior risparmio economico: chi possiede un impianto fotovoltaico abbinato ad accumuli (batterie) può auto-consumare energia fino al 70-80 per cento e sganciarsi dalla rete del metano dopo aver elettrificato i consumi. L’ennesima dimostrazione che nonostante scelte politiche miopi, le rinnovabili sono premiate dal mercato.

Putin Ucraina
Una manifestazione in Ucraina contro Vladimir Putin © Carsten Koall/Getty Images

La guerra in Ucraina riscrive la geopolitica delle rinnovabili

Insomma, il presidente russo Vladimir Putin ha involontariamente accelerato la transizione energetica, spingendo i paesi dell’Unione europea a ridurre la loro dipendenza dai combustibili fossili a favore delle energie rinnovabili a basso costo.

“Ai governi va riconosciuto il merito di aver risposto a questa crisi energetica complessa e senza precedenti”, ha dichiarato Fatih Birol, direttore esecutivo dell’Agenzia internazionale dell’energia. “La mia speranza e aspettativa è che non si fermino ora. Al contrario, devono continuare ad accelerare la transizione verso l’energia pulita. Questo è importante non solo per ridurre le emissioni, ma anche perché la crisi ci ha dimostrato che transizioni più rapide aumentano la sicurezza energetica, creano posti di lavoro e stimolano la crescita industriale”.

Nonostante la necessità, comprovata da più parti, di ridurre la dipendenza dai combustibili fossili, alcuni governi continuano a sfidare la logica, costruendo altre infrastrutture di gas fossile che minacciano di far deragliare le ambizioni climatiche dell’Europa (oltre al fatto che puntare sui combustibili fossili, sul lungo periodo, è un investimento a perdere). Se c’è un momento per riscrivere la geopolitica delle energie rinnovabili, quel momento è ora.

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