Un’ondata di caldo estremo sta colpendo numerose nazioni europee: è il portato della crisi climatica. E andrà sempre peggio.
Il presidente della Società Meteorologica Italiana, Luca Mercalli: “Per l’adattamento ai fenomeni meteo estremi bisogna investire in infrastrutture”.
Divulgatore scientifico e presidente della Società meteorologica italiana. Luca Mercalli è uno dei massimi esperti italiani sul clima che cambia. Che parte da un assunto: fa sempre più caldo e con ogni probabilità le temperature continueranno a salire; di conseguenza aumenteranno i consumi di acqua e dovranno diminuire gli sprechi, iniziando dal rafforzamento delle reti idriche e da interventi infrastrutturali che favoriscano l’adattamento delle città alle ondate siccitose.
“Nel 2003 – spiega Mercalli – si registrò, per la prima volta in 250 anni, una temperatura superiore ai 40 gradi in pianura Padana. Il 4 agosto del 2017, a Forlì, si è raggiunto il massimo assoluto con 43 gradi. Ormai tutti gli indicatori ci dicono che andremo incontro ad ondate di caldo sempre maggiori e sempre più frequenti. Avremo estati con caratteristiche tropicali anche al Nord, mentre il Sud si troverà a far fronte a temperature più elevate e a una stagione estiva che durerà oltre i quattro mesi canonici. E in genere nelle società occidentali, più fa caldo, maggiore è la richiesta d’acqua”.
Un analogo discorso non si può invece fare per le piogge intense di breve durata: gli studiosi ancora non dispongono di dati storici sufficienti a identificare un trend statistico di aumento dell’intensità. Per quanto riguarda questo dettaglio, i climatologi possono partire solo dalla fine degli anni Novanta, quando furono attivate le stazioni automatiche che sono in grado di misurare i quantitativi di pioggia per ogni singolo minuto. Ciò “non vuol dire che non ci sia una tendenza in questa direzione, ma il campione che abbiamo a disposizione non è ancora abbastanza rilevante dal punto di vista statistico”.
Certo, l’impressione è che stia aumentando la frequenza degli scrosci temporaleschi intensi, ancora più dannosi in un territorio fortemente cementificato come il nostro. “In effetti non sembrano aumentati i quantitativi medi di pioggia nell’arco di una giornata, quanto piuttosto gli scrosci temporaleschi intensi della durata minore di un’ora”. Che non permettono al terreno di assorbire l’acqua alimentando le falde e anzi risultano molto dannosi. Questo perché “a parità di pioggia, quella caduta oggi fa più danni rispetto a 100 anni fa. Abbiamo trasformato i territori, una volta agricoli, in luoghi carichi di infrastrutture: ciò vuol dire che l’acqua scorre più velocemente e raggiunge più in fretta aree potenzialmente vulnerabili”.
In pochi decenni abbiamo radicalmente modificato il nostro tessuto urbano. Per alcuni l’eccessiva cementificazione potrebbe essere correlata al fenomeno della desertificazione e a quello della “siccità al contrario”, che quest’anno vede gli invasi siciliani pieni di acqua e il Po in secca. Mercalli non è di questo avviso: “La desertificazione che sta interessando alcune zone del Mezzogiorno e delle isole è strettamente legata all’aumento delle temperature e all’eventuale dilatazione del periodo di siccità estiva”. Quanto al secondo punto, “in effetti la Sicilia quest’anno ha visto tanta acqua come non ne vedeva da tempo; ma per definire un trend ci vogliono decine di anni, potremmo ancora trovarci di fronte a un caso di normale variabilità meteorologica”.
Di certo il clima sta cambiando. E per far fronte a una situazione sempre più complessa è necessario ridurre le emissioni di CO2 rispettando l’Accordo di Parigi sul clima, firmato nel 2015: l’unica strada percorribile per evitare l’aumento delle temperature medie di due gradi entro il 2100, che avrebbe effetti devastanti sul nostro ecosistema. Ma si tratta di una sfida che l’Italia non può affrontare senza il sostegno delle grandi potenze mondiali. “Il nostro Paese – sottolinea Mercalli – contribuisce solo per il 2 per cento alle emissioni globali; noi dobbiamo fare la nostra parte, ma molto dipende dalle scelte che faranno Paesi come la Cina o gli Stati Uniti”. Una prospettiva preoccupante perché a causa della sua particolare collocazione geografica nel cuore del Mediterraneo, l’Italia è molto esposta agli effetti dei fenomeni climatici estremi. In sostanza “in un futuro non troppo lontano potremo trovarci a contrastare i danni provocati da altri, e c’è un’unica strada da percorrere: investire in infrastrutture che favoriscano l’adattamento al clima che cambia”.
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