Maria Marotta. La questione di genere non si risolve solo con la parola “arbitra”

Intervista a Maria Marotta, prima donna ad arbitrare una partita di Serie B: “La parità si ottiene con il merito, le quote rosa sono una mortificazione”.

Il 10 maggio scorso Maria Marotta è stata la prima donna ad arbitrare una partita di Serie B, Reggina-Frosinone. Una data storica per il calcio italiano e per tante donne che vogliono farsi strada in ambiti lavorativi ancora riservati quasi esclusivamente all’universo maschile. La intervistiamo a poche ore dalla Partita del cuore, da lei diretta, la cui vigilia è stata guastata da un episodio di sessismo: l’allontanamento di Aurora Leone dei The Jackal proprio in quanto donna.

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Maria Marotta (al centro) arbitra da 20 anni © Gabriele Maltinti/Getty Images

Dirige partite da 20 anni ed è internazionale dal 2016 in un mondo, quello del calcio, che è storicamente maschile. Questo le ha mai creato problemi?
Poter arbitrare le partite di calcio è una passione che mi accompagna dal 2002. E devo dire che, passato lo stupore iniziale, è sempre seguito un buon grado di accettazione da parte di un mondo a decisa prevalenza maschile. Per impormi ho puntato su due aspetti in particolare: l’allenamento rigoroso e il dialogo con i calciatori. Sono sempre arrivata preparata alle gare e i giocatori mi hanno guardata con rispetto. Non ho mai sentito frasi come: “Questo non è il tuo posto”.

Ha diretto tantissime gare sui campi “caldi” delle serie minori. C’è qualche episodio che ricorda con particolare piacere?
Ricordo con grande piacere le gare dirette nelle serie minori della mia regione: è lì che ho creato le basi per la forza e la sicurezza che mi accompagnano oggi. Da questo punto di vista, il calcio in Campania rappresenta una grande palestra sia per il livello tecnico che si vede sul campo, sia per il calore del pubblico sugli spalti. In proposito, ho ancora in mente un episodio di un derby arbitrato a San Giorgio a Cremano; decisi di espellere un calciatore della squadra di casa e un tifoso sugli spalti, invece di protestare, mi urlò in dialetto: “Arbitro, tu sì che sei un uomo!”.

In proposito, negli ultimi anni termini come “ministra” o “sindaca” sono diventati di uso comune. È arrivato il momento di sdoganare anche la parola “arbitra”?
Sono convinta che la questione di genere non si esaurisca mettendo la lettera “a” alla fine di alcune parole. Ci sono alla base scelte, ben più importanti, che devono rimuovere ogni forma di discriminazione e garantire pari opportunità per tutti. Per le donne come per le persone disabili. Al momento mi basta essere chiamata arbitro Marotta.

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Elena Bonetti, ministra per le Pari opportunità e la Famiglia, nel corso di un convegno sulla parità di genere © Elisabetta Villa/Getty Images

In una recente intervista a LifeGate, la social-linguista Vera Gheno ha sostenuto che una società paritaria si può raggiungere anche con le parole. Lei è d’accordo?
Le parole sono importanti. Anzi, sono come delle armi, quindi bisogna saperle utilizzare. Ma a mio avviso in questo campo è prioritario lavorare sui diritti e sulle opportunità. Arbitro o arbitra cambia poco, bisogna assicurare maggiori occasioni di crescita e di confronto, senza ragionare in termini di “quote rosa”.

Le “quote rosa” non la convincono?
Per me sono una mortificazione. Non mi sono mai sentita una “quota” all’interno di un qualsiasi contesto.

In Italia il tema della parità di genere nel mondo lavorativo, sia dal punto di vista salariale che delle opportunità di carriera, è molto dibattuto. Crede che il suo esempio possa in qualche modo rappresentare una svolta?
Me lo auguro di cuore. Spero che lo scorso 10 maggio si sia aperta una possibilità per tutte le donne che vogliono realizzare i propri sogni, nello sport come in qualsiasi altro lavoro. Tengo però a sottolineare che alla base di tutto deve esserci sempre il merito; è giusto creare pari opportunità per le donne, ma senza meritocrazia si rischia il processo inverso: verremmo accusate di essere favorite proprio perché non siamo uomini.

Alfredo Trentalange è il presidente dell’Aia dallo scorso febbraio ©Marco Rosi/Getty Images

Oggi un arbitro donna, anzi un’arbitra, in Serie B fa notizia. La vera svolta arriverà quando non lo farà più?
Questo è un momento propizio e, grazie anche al supporto del nuovo presidente dell’Associazione italiana arbitri Alfredo Trentalange, è iniziato un nuovo percorso che ha portato alla partita arbitrata da me in Serie B, ma non solo. Nel Comitato nazionale c’è un’altra donna, Katia Senesi, con la quale lavoriamo a stretto contatto. Ci stanno fornendo gli strumenti e ci stanno affidando responsabilità crescenti: ora sta a noi crescere, attraverso il lavoro, dal punto di vista tecnico e atletico.

Oltre a lei, Maria Marotta, ci sono altre colleghe pronte al grande salto in Serie B, o magari in Serie A?
Credo sia giusto non porsi limiti. Io lavoro ogni giorno per difendere il mio sogno attraverso l’allenamento e la crescita tecnica. Se capiterà l’occasione, a me o a una delle mie colleghe, sicuramente ci faremo trovare pronte!

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