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La popolazione di Mosul, in Iraq, è costretta a scegliere se abbandonare le proprie case o restare nel cuore di una battaglia lunga e cruenta.
La battaglia di Mosul, parzialmente offuscata dalla riconquista di Aleppo, prosegue ormai da mesi. E gli abitanti della città sono costretti ad operare scelte drastiche. “La popolazione – riferisce una corrispondenza per il quotidiano svizzero Le Temps – deve scegliere se fuggire, con il rischio di perdere la propria casa, oppure restare, convivendo con i raid aerei occidentali, i razzi lanciati dagli jihadisti e gli assalti dell’esercito regolare iracheno”.
Abbandonare Mosul significa seguire i passi degli altri rifugiati e percorrere un lungo cammino fatto di fango, freddo, pioggia, accampamenti di fortuna. E il rischio di vedersi sequestrati beni, veicoli e denaro ai check-point. Ciò nonostante, alcune decine di migliaia di persone hanno scelto questa strada, lasciando alle spalle la propria vita e incamminandosi verso il Kurdistan. Ma la maggioranza della popolazione è rimasta nella città irachena, controllata da due anni e mezzo dai combattenti dell’Isis.
“Nel nostro quartiere – racconta Abou Safa, che vive a Mosul con la moglie e due figlie – sono ancora quasi tutti qui. Un razzo si è schiantato su un muro dietro la nostra casa. Non c’è più acqua potabile, e ormai ci è rimasto pochissimo carburante per il generatore. Abbiamo paura, ma pensiamo che partire sarebbe ancora più pericoloso. Qui, almeno, siamo a casa nostra: non voglio che le mie bambine vivano in un campo profughi”.
Intanto l’esercito regolare iracheno avanza. Secondo le testimonianze raccolte, gli abitanti di Mosul si dicono felici di essere liberati dallo Stato Islamico. Ma al contempo, temono l’arrivo delle truppe di Baghdad: la città, “capitale” dell’Iraq sunnita in guerra civile da un decennio, l’esercito (a maggioranza sciita) è stato a lungo sinonimo di uccisioni e detenzioni arbitrarie, corruzione e abusi di potere.
Un reportage del quotidiano francese Le Monde parla già di “vendette e regolamenti di conti tra sunniti e sciiti” nelle zone liberate dagli jihadisti. Il 22 dicembre, quattro membri dello staff umanitario presenti nei territori a est di Mosul sono stati uccisi, assieme a sette civili, da alcuni tiri di mortaio effettuati mentre era in corso una distribuzione di beni di prima necessità. Pochi giorni prima, altre 23 persone – otto poliziotti e quindici civili – sono morte in seguito all’esplosione di tre autobombe nei sobborghi della città.
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