New York, alla Triennale design si cercano soluzioni tecnologiche contro il collasso del Pianeta

Nature è il titolo della Triennale design in corso al museo Cooper Hewitt di New York fino al 2020. 60 opere indagano la possibilità dell’essere umano di vivere in armonia con la Terra, anziché danneggiarla.

Il mondo del futuro ha davanti a sé una grande quantità di sfide inedite per l’umanità. La conservazione delle risorse e la necessità di ridurre l’impatto dell’uomo sul Pianeta diventano questioni sempre più pressanti e i designer di tutto il mondo sono chiamati a trovare soluzioni tecnologiche che ci consentano di immaginare un futuro per noi su questa Terra. Ogni luogo del globo terrestre presenta sfide specifiche e problematiche di carattere locale. E così progettisti diversi di luoghi diversi affrontano le più varie questioni ambientali proponendo soluzioni creative e allo stesso tempo fortemente radicate nella scienza.

Un’ampia rassegna di queste idee la offre la Triennale design in corso, fino al 20 gennaio 2020, al Cooper Hewitt, smithsonian design museum di New York. Intitolata semplicemente Nature, la mostra raccoglie 60 progetti internazionali che esplorano come la creatività possa essere applicata alla scienza per inventare prodotti e progetti in grado di trasformare la relazione dell’uomo con il mondo naturale.

L’innovativa ricerca dei designer nell’ambito della sostenibilità

“Con un 2018 che è stato il quarto anno più caldo mai registrato sulla Terra e le emissioni di CO2 ai massimi storici, la crisi del cambiamento climatico antropogenico non è mai stata così urgente”, ha commentato la direttrice del Cooper Hewitt, Caroline Baumann.

“Non sarà possibile trovare soluzioni se non attraverso un radicale cambiamento di pensiero e nuove alleanze. Nature raccoglie alcuni dei designer più creativi e intelligenti, il cui lavoro affronta la nostra complessa relazione con la natura e le sue preziose risorse e allo stesso tempo ci spinge a trovare una maggiore empatia nei confronti del nostro Pianeta”.

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L’esposizione, che in contemporanea a New York è in corso anche al Cube design museum di Kerkrade, in Olanda, è divisa in sette sezioni, ognuna dedicata a un diverso approccio dei designer alla natura: understand, simulate, salvage, facilitate, augment, remediate, nurture.

S’impara dalla natura

Come dice il nome, la prima sezione – understand – raccoglie progetti che ci aiutano a comprendere la natura e i suoi processi. Tra i tanti in mostra, interessante e curioso è il progetto Goatman del britannico Thomas Thwaites il quale, dopo un anno di ricerche per costruire un esoscheletro che gli permettesse di trasformare il suo corpo da bipede in quadrupede e per realizzare una protesi di rumine che gli consentisse di nutrirsi di erba, è riuscito a vivere per tre giorni sulle Alpi come una capra e tra le capre. Come recita il titolo del libro che il ricercatore ha ricavato dall’esperienza, Thwaites si è preso “una vacanza dall’essere umano”, ma la sua ricerca si inserisce nell’ambito più ampio della biorobotica vista come strumento per un’antievoluzione che ci riporti in contatto con la natura.

Come ridurre l’impatto dell’uomo sull’ambiente e migliorare il suo rapporto con le altre specie

Fa parte della sezione remediate – che esplora soluzioni per rallentare, fermare o invertire l’impatto negativo delle attività umane sul Pianeta – il progetto della coreana Jae Rhim Lee, Infinity burial suit, un abito-bara che offre un’alternativa sostenibile per l’inumazione dei cadaveri. Realizzato in cotone biologico, l’abito contiene dei funghi naturali che accelerano la biodegradazione del corpo e assorbono le tossine sprigionate nel processo di decomposizione.

Restando nello stesso ambito, le urne Mourn di Nienke Hoogvliet utilizzano polimeri naturali, i poliidrossialcanoati, per regolare il processo di deterioramento delle ceneri e ridurle in componenti che vengono poi assorbite nel terreno e nell’acqua.

Infinity burial suit e, davanti, Mourn. Triennale design, New York
Infinity burial suit e, davanti, Mourn © Matt Flynn/Cooper Hewitt, smithsonian design museum

In mostra non ci sono solo soluzioni per ridurre l’impatto, ma anche strumentazioni utili per la ricerca, come Babylegs di Max Liboiron, un dispositivo open-source e a basso costo per il monitoraggio dell’inquinamento da plastica nelle acque marine. Attaccando la struttura allo scafo di una barca e trascinandola, questa raccoglie campioni di microplastiche le quali possono essere così identificate e studiate.

Babylegs, di Max Liboiron. Triennale design, New York
Babylegs, di Max Liboiron © David Howells, 2016

Proseguendo nel percorso espositivo, entrando nella veranda vetrata del museo, si incontra una parete a griglia romboidale rivestita di vetro, all’interno della quale vivono diversi tipi di erba e altre piante. Il progetto di Mitchell Joachim e Vivian Kuan si chiama Monarch sanctuary ed è una facciata a prato verticale, a temperatura e umidità controllate, pensata per offrire un habitat temporaneo alle farfalle della specie monarca, la cui popolazione è in forte riduzione a causa dei pesticidi e del cambiamento di temperature.

Monarch sanctuary, Triennale design, New York
Monarch sanctuary © Terreform one

La nuova vita di materiali e sostanze

La mostra continua al terzo piano del museo dove si trovano decine di altri progetti pensati per migliorare il rapporto dell’uomo con la Terra. Alcuni fantasiosi e piuttosto di nicchia, come la stoffa fosforescente realizzata iniettando dna di medusa nei bachi da seta; altri utili e potenzialmente rivoluzionari come Airink, l’inchiostro ricavato dallo smog creato dall’indiano Anirudh Sharma.

Visionaria e allo stesso tempo plausibile è l’idea dietro il progetto Metamorphism di Shahar Livne che immagina un futuro in cui la plastica, ormai abbondantemente presente nell’ambiente, verrà estratta da giacimenti creatisi negli anni per poi essere processata come una nuova materia prima naturale. Usando tecniche artigianali tradizionali, la designer di origini israeliane crea oggetti con questa materia prima detta plastiglomerato, mostrandone la varietà di usi.

Metamorphism, di Shahar Livne. Triennale design, New York
Metamorphism, di Shahar Livne © Alan Boom

Il mondo animale

Triste e toccante l’installazione digitale The substitute, di Alexandra Daisy Ginsberg. Utilizzando tecniche di intelligenza artificiale, la designer “riporta in vita” l’ormai estinto rinoceronte settentrionale bianco, all’interno di una stanza fredda in cui l’animale appare visibilmente a disagio. Facendo il verso ai ricercatori impegnati nel tentativo di riportare in vita la specie attraverso l’ingegneria genetica, il progetto denuncia l’assurdità di una scienza che insegue il mito della creazione mentre trascura le forme di vita esistenti.

Per restare nel mondo animale, l’azienda tedesca Festo si ispira al comportamento collettivo delle formiche per creare i modelli industriali del futuro. Bionicant è una formica robotizzata in grado di prendere decisioni autonome, in coordinamento con le altre.

The substitute. Triennial design, New York
The substitute © Cooper Hewitt

Gli italiani in mostra a New York

C’è l’italiano Arturo Vittori dietro a Warka water tower, una torre di bambù, corda e rete che trasforma pioggia, nebbia e rugiada in acqua potabile, che viene raccolta in un serbatoio e poi erogata attraverso un rubinetto all’interno di uno spazio ombreggiato aperto al pubblico.

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Warka water tower
Warka water tower © Maurita Cardone

Italiana è anche la designer Giorgia Lupi, ideatrice, insieme a Kaki King, del progetto Bruises: the data we don’t see, visualizzazione di dati sull’impatto della malattia sul corpo di una bambina. Attraverso una trasposizione visiva di forte impatto ed estetica, Bruises riesce ad integrare anche gli aspetti meno clinici della malattia, quelli legati alle emozioni, alle relazioni e all’ambiente.

Forse non tutti i progetti in mostra per questa Triennale hanno la caratteristica fondamentale del buon design, l’usabilità. Ma tutti spingono a riflettere sulle condizioni dell’umanità e del Pianeta che la ospita e su come sia possibile trovare nuovi modi di vivere la nostra presenza in questo delicatissimo qui e ora.

Foto in apertura © Cooper Hewitt
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