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Tutte le piste da sci italiane sono condannate alla carenza di neve. La neve artificiale può salvarne solo la metà (e in modo parziale).
Il 100 per cento, quindi la totalità, delle stazioni sciistiche italiane sarà condannato alla carenza di neve se le emissioni da combustibili fossili non verranno drasticamente tagliate. Ad annunciarlo è un nuovo studio pubblicato sulla rivista scientifica Nature climate change dal titolo Climate change exacerbates snow-water-energy challenges for European ski tourism.
Solo il 51 per cento delle stazioni potrebbero essere parzialmente salvate dalla neve artificiale. Con il raggiungimento dell’obiettivo dell’Accordo di Parigi (ovvero mantenere l’aumento del riscaldamento globale entro +1,5°C) la percentuale si abbasserebbe al 17 per cento.
E la questione non riguarda solamente l’Italia. L’Europa, patria di molte delle stazioni sciistiche più rinomate al mondo, sta affrontando la stessa identica crisi. Le stesse percentuali (100 per cento) riguardano anche le alpi tedesche, mentre per quelle francesi il rischio di non vedere più neve riguarda il 93 per cento delle piste, così come dati simili interessano quelle austriache e svizzere.
In generale, Se le temperature aumentassero di 3 gradi centigradi, come previsto in base alle attuali politiche di riduzione delle emissioni, ben il 91 per cento delle stazioni sciistiche europee sarebbe ad alto rischio di carenza di neve.
Lo studio, il primo del suo genere a esaminare l’impatto dei cambiamenti climatici sulle stazioni sciistiche in tutto il continente, ha preso in considerazione un totale di 2.234 località: un numero considerevole, dal momento che circa la metà delle stazioni sciistiche globali si trova in Europa.
Questo significa che le condizioni che compromettono lo sci in quota, che precedentemente si verificavano solo una volta ogni cinque anni, potrebbero diventare una realtà annuale. Gli autori dello studio avvertono che, nonostante l’innevamento artificiale, non sarà sempre possibile far fronte all’incremento delle temperature.
Il rapporto è chiaro: solo una drastica riduzione delle emissioni globali, superiore a quanto previsto, potrebbe consentire a molte più stazioni sciistiche di restare aperte. Se riuscissimo a limitare l’aumento della temperatura a 1,5°C, solo il 32 per cento di queste rimarrebbe ad alto rischio, una percentuale che potrebbe essere ulteriormente ridotta al 14-26 per cento con l’ausilio di avanzati sistemi di innevamento.
Su questo tema, però, c’è un altro lato della medaglia. L’uso estensivo di innevamento artificiale comporta un aumento della domanda di acqua ed elettricità, con il conseguente aumento delle emissioni. Lo studio esamina anche l’impatto idrico, elettrico e la quantità di CO2 associati all’innevamento artificiale, che dipende da come l’energia viene prodotta nel paese.
“La sfida principale è quella di sviluppare e implementare percorsi di sviluppo che riducano in modo massiccio le emissioni complessive di gas serra del turismo sciistico, principalmente guidate dai trasporti e dagli alloggi, mantenendo al contempo attività sostenibili dal punto di vista ambientale che forniscano opzioni di sostentamento per un’ampia gamma di persone che vivono nelle aree montane” spiega Hugues François, ricercatore dell’Inrae (Institut national de la recherche agronomique) di Grenoble e autore principale dello studio. “Fino a che punto il turismo sciistico svolgerà un ruolo importante in queste aree nel lungo periodo rimane una questione aperta”.
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