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Riduzione drastica della pesca illegale, riduzione della pesca eccessiva, miglioramento delle condizioni dei propri lavoratori. Sono solo alcuni degli impegni che il gigante Thai Union, presente nel mondo con svariati marchi e proprietario in Italia di Mareblu, ha deciso di portare avanti nei prossimi anni. L’annuncio lo dà Greenpeace che, grazie alla campagna internazionale conosciuta
Riduzione drastica della pesca illegale, riduzione della pesca eccessiva, miglioramento delle condizioni dei propri lavoratori. Sono solo alcuni degli impegni che il gigante Thai Union, presente nel mondo con svariati marchi e proprietario in Italia di Mareblu, ha deciso di portare avanti nei prossimi anni. L’annuncio lo dà Greenpeace che, grazie alla campagna internazionale conosciuta da noi come “Tonno in trappola”, ha accompagnato l’azienda nel fare un ulteriore passo in avanti verso una pesca sostenibile.
“Questo impegno segna un enorme progresso per i nostri oceani e la vita marina, e per i diritti dei lavoratori dell’industria ittica”, ha dichiarato Bunny McDiarmid, direttore esecutivo di Greenpeace International in una nota “Se Thai Union implementasse queste riforme, spingerebbe le altre aziende a mostrare lo stesso livello di ambizione, portando il settore verso un cambiamento davvero necessario. È giunto il momento per le altre aziende di farsi avanti e mostrare la propria leadership”.
La sostenibilità paga. Non solo mantiene le risorse ittiche in maniera tale da poter essere ancora disponibili negli anni a venire, ma permette di rispondere alle richieste sempre più pressanti dei consumatori: circa 700.000 persone in tutto il mondo hanno aderito alla campagna lanciata dall’Ong e chiesto a Thai Union di impegnarsi a vendere del tonno in scatola più sostenibile.
Le pratiche di pesca dovranno così cambiare: la compagnia si è impegnata nella riduzione del 50 per cento dei Fad. Si tratta di oggetti galleggianti che attirano pesci e altri organismi che vengono catturati dalle reti, inglobando però anche squali, tartarughe e giovani tonni. Estenderà la moratoria nei confronti di tutte le imbarcazioni che praticano il trasbordo e accetterà la presenza di personale terzo nei pescherecci per assicurare le condizioni di lavoro dei pescatori. Inoltre modificherà i propri metodi di pesca e passerà a una piena tracciabilità digitale, consentendo ai consumatori di risalire la filiera del tonno fino al peschereccio, identificando il metodo di pesca usato.
“Thai Union, essendo una delle più grandi aziende del settore ittico del mondo, è orgogliosa di aver assunto il ruolo di leader di un cambiamento positivo”, ha dichiarato Thiraphong Chansiri, amministratore delegato di Thai Union. “Siamo impazienti di poter proseguire nell’implementazione della nostra strategia di sostenibilità SeaChange, rafforzata e migliorata dall’accordo con Greenpeace e dalla nostra visione comune per avere dei mari in salute oggi e per le generazioni future”.
Lo scorso maggio Thai Union ader ad un altro accordo, il Fip (Fishery improvement project), progetto che prevede la pratica della pesca al tonno rispettando tre principi base: la salute degli stock ittici, l’impatto minimo e reversibile sugli ecosistemi e la gestione efficace dell’attività di pesca. Questi principi porterebbero al rispetto degli standard Msc (Marine stewardship council) per la pesca sostenibile. Ad oggi le aree interessate sono quelle dell’Oceano Indiano e dell’Oceano Atlantico Orientale, dove operano anche gli abitanti di Ghana e Costa d’Avorio, anche loro firmatari dell’accordo insieme con il Wwf e la Thai Union.
“Ben 2,2 milioni di persone dipendono da questo settore per il loro sostentamento e, poiché la maggior parte delle risorse ittiche del paese sono sfruttate in maniera intensiva, abbiamo preso le misure necessarie per superare la questione”, ha detto Elizabeth Naa Afoley Quaye, ministro per lo Sviluppo della Pesca e dell’Acquacoltura della Repubblica del Ghana. “L’attuazione del progetto di miglioramento della pesca del tonno nell’Oceano Atlantico orientale dimostra il nostro impegno nel riformare la gestione sostenibile di tutte le risorse idriche nella subregione dell’Africa occidentale”.
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