Portogallo: il paese che ha abbandonato il carbone per davvero

Con 10 giorni di anticipo chiude l’ultima centrale a carbone del Portogallo: è il quarto paese d’Europa a compiere il phase-out.

Il 20 novembre 2021 passerà alla storia come il giorno in cui il Portogallo ha abbandonato il carbone. Già da tempo, il governo portoghese aveva annunciato la chiusura dell’ultima centrale termoelettrica alimentata a carbone: l’impianto di Pego, nel comune di Abrantes, avrebbe dovuto chiudere entro la fine di novembre, ma la mancanza di carbone come materia prima ha anticipato di qualche giorno l’inevitabile destino. La produzione di energia elettrica da carbone in Portogallo è così terminata.

Il Portogallo diventa il quarto paese in Europa ad abbandonare il carbone (dopo Belgio, Austria e Svezia) pur non essendo autonomo dal punto di vista della produzione di energia elettrica. Infatti, il governo ha annunciato che il fabbisogno interno sarà coperto da una quota crescente di energie rinnovabili e dal gas. Inoltre, verrà acquistata energia dall’estero, in particolare da Spagna, Francia e Germania.

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Ora il Portogallo dovrà accelerare l’installazione di impianti da energia verde © Colin Watts/Unsplash

Ora vanno tutelati gli operai, i lavoratori

La centrale termoelettrica di Pego è diventata la principale fonte di emissioni di CO2 del Portogallo, dopo che l’altra centrale a carbone più grande, quella di Sines, ha chiuso a gennaio 2021. La chiusura delle due centrali era stata annunciata due anni fa dal presidente António Costa. Quindi, il governo ha mantenuto la sua promessa.

Per il Portogallo si apre ora un nuovo ciclo, per quanto riguarda la produzione di energia elettrica: si punta molto sulle fonti rinnovabili per fare in modo che il gas sia una fonte da ridurre il prima possibile, anche impiegando i fondi del Piano nazionale di resistenza e resilienza (Pnrr). Ma a ciò si aggiunge il problema dei 150 lavoratori dell’azienda: l’unica certezza è ora la disoccupazione. Tutti speravano di poter continuare a lavorare in una centrale convertita alla produzione di energia da fonti sostenibili, ma il futuro della centrale è per ora incerto.

La proprietà della centrale, intanto – che è detenuta al 56 per cento dal consorzio Tejo Energia e al 44 della spagnola Endesa, gruppo Enel – dice di aver presentato un progetto di conversione al ministero dell’ambiente portoghese a luglio (quindi qualche mese prima della chiusura programmata) nel quale si proponeva di riutilizzare l’impianto come unità per bruciare biomassa forestale (una proposta che non è piaciuta al mondo ambientalista). Non avendo ottenuto risposta, i proprietari hanno presentato un’ingiunzione contro lo stato.

Ora il Portogallo deve evitare il gas

Dal canto suo, il ministero dell’Ambiente portoghese aveva indetto, proprio a luglio, una gara pubblica per l’aggiudicazione della centrale, considerata un nodo centrale per la rete elettrica. Di fronte alle richieste della proprietà, il ministero ha specificato che la cessazione del contratto di concessione comporta allo stesso tempo la “decadenza delle corrispondenti concessioni e la conseguente perdita di capacità di immissione” nella rete nazionale, ha spiegato in una nota il ministero. Ora si è in attesa di nuove proposte su come convertire la centrale: il bando è scaduto a ottobre 2021 ma è stato prorogato fino a gennaio.

Il ministro dell’ambiente ha promesso, inoltre, “protezione sociale” ai lavoratori e la creazione di diversi posti di lavoro con le fonti rinnovabili, contraddicendo l’idea che il Paese diventerà più dipendente l’esterno e ha anche garantito che la bolletta elettrica sarà più conveniente nel 2022 grazie al contributo di decisioni come questa.

“Il Portogallo è l’esempio perfetto di come il ritmo di una graduale eliminazione acceleri in quei paesi che si impegnano ad abbandonare i combustibili fossili”, ha affermato Kathrin Gutmann, direttore della campagna Europe Beyond Coal.

“La sfida ora è garantire che le utility non commettano l’errore di sostituire il carbone con gas fossile o biomasse insostenibili” che, però, è esattamente quello che il Portogallo sta facendo. D’altro canto, il Portogallo si è espresso a favore dell’abbandono dei combustibili fossili: durante i lavori della recente Cop26 a Glasgow, ha aderito in qualità di associate member al Boga (Beyond oil and gas alliance), quindi assumendo impegni concreti in termini di riduzione delle fonti non rinnovabili.

Ora il Portogallo non può sbagliare: aumentando la potenza installata di fonti rinnovabili risolverà il problema dei posti di lavoro e diventerà un modello per tutti gli altri paesi, in primis per quelli che hanno annunciato il loro phase-out a breve, come la Francia.

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