Ondate di caldo marino, uragani sempre più potenti e insufficienti attività di protezione stanno decimando i coralli nel Mar dei Caraibi.
Sedici anni fa, il protocollo di Kyoto (primo accordo mondiale sul clima) entrava in vigore. È ora di raccogliere quell’eredità.
Il 16 febbraio del 2005, sedici anni fa, il mondo intero tirò un sospiro di sollievo. C’erano voluti infatti otto anni, a partire dal 1997, ma finalmente il protocollo di Kyoto – il primo accordo internazionale sul clima, raggiunto nell’omonima città del Giappone al termine della terza Conferenza mondiale sul clima delle Nazioni Unite (Cop 3) – entrava in vigore. Si trattò di un momento storico e di un punto di partenza. Un momento storico, perché per la prima volta la comunità internazionale, di fatto, prendeva atto “nero su bianco” della necessità di combattere i cambiamenti climatici. Un punto di partenza, perché era chiaro a tutti che quello sarebbe stato solo l’inizio di un lungo processo.
Il protocollo di Kyoto indicava infatti un primo impegno concreto da parte dei governi di tutto il mondo: ridurre collettivamente le emissioni di CO2 di almeno il 5 per cento, entro il 2012, rispetto ai livelli del 1990. Obiettivo raggiunto, e superato largamente, con un calo complessivo “ufficiale” del 24 per cento. Ufficiale, appunto, poiché il bilancio include ad esempio i dati degli stati dell’ex-blocco sovietico, le cui economie (ed emissioni) erano crollate all’inizio degli anni Novanta a causa della dissoluzione dell’Unione Sovietica.
Inoltre, la seconda nazione al mondo in termini di emissioni di CO2, gli Stati Uniti, non ha mai ratificato il protocollo. E il Canada si è ritirato all’ultimo momento. Ebbene, contabilizzando anche le emissioni nord-americane e l’effetto-recessione delle nazioni dell’Europa dell’Est, il calo reale delle emissioni risulta soltanto del 4 per cento.
Insufficiente. Esattamente come ciò che è stato fatto successivamente dai governi di tutto il mondo. Quattro anni dopo l’entrata in vigore del protocollo di Kyoto, nel 2009, la quindicesima Conferenza mondiale sul clima delle Nazioni Unite, la Cop 15, si risolse in un sostanziale fallimento. Dovranno passare altri sei anni per arrivare, nel 2015, all’Accordo di Parigi, al termine della Cop 21. Uno straordinario successo seguito però da troppe Cop interlocutorie (a Marrakesh nel 2016, a Bonn nel 2017 e a Katowice nel 2018) e da un nuovo fallimento: la Cop 25 del 2019, a Madrid, conclusa con scarsissimi risultati concreti.
È per questo che, in vista della prossima (decisiva) Cop 26 di Glasgow – prevista per la fine del 2021 – ciò che occorre ritrovare è lo spirito del protocollo di Kyoto. Così come quello dell’Accordo di Parigi. Il “Momentum for Change” più volte richiamato dalle stesse Nazioni Unite. Il sospiro di sollievo che abbiamo tirato nel 2005 e nel 2015. Prima che sia troppo tardi.
Siamo anche su WhatsApp. Segui il canale ufficiale LifeGate per restare aggiornata, aggiornato sulle ultime notizie e sulle nostre attività.
![]()
Quest'opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 4.0 Internazionale.
Ondate di caldo marino, uragani sempre più potenti e insufficienti attività di protezione stanno decimando i coralli nel Mar dei Caraibi.
Dall’Australia agli Stati Uniti, dal Cile al Mozambico, alla Russia e all’Argentina: numerose nazioni combattono condizioni meteo estreme.
Uno studio conclude che la tempesta Harry che ha colpito il Sud Italia sarebbe stata meno devastante in assenza del riscaldamento globale.
Sicilia, Sardegna e Calabria sono le tre regioni più colpite dalla tempesta Harry. Ingenti i danni, ma non ci sono state vittime.
Facendo seguito a una proposta avanzata in estate, il presidente degli Stati Uniti Trump abrogherà un testo fondamentale: l’Endangerment finding.
Trump ha annunciato l’uscita degli Stati Uniti da 66 organizzazioni internazionali, comprese quelle che si occupano di clima e ambiente.
Un novembre promettente, una prima parte di dicembre negativa, un recupero a Natale. La situazione della neve in Italia resta complessa.
Tra i mesi di ottobre 2024 e settembre 2025 la temperatura media nell’Artico è stata di 1,6 gradi centigradi più alta rispetto al periodo 1991-2020.
Uno studio spiega che, nella fase di “picco”, perderemo tra 2 e 4mila ghiacciai all’anno. Quelli delle Alpi tra i primi a scomparire.
