Nepal, ripartire dalla cannabis è logico e possibile

Un progetto unisce Nepal e Italia per l’uso della cannabis come risorsa economica e fisica per la ricostruzione del paese himalayano dopo il terremoto.

In Nepal la cannabis cresce in abbondanza, come fosse erbaccia. E allo stato attuale delle cose, è un’erbaccia visto che la legge ne impedisce ogni sorta di utilizzo. Ma una task force di accademici, esperti e imprenditori italiani e nepalesi ha presentato al governo locale un progetto che la vede protagonista non solo della ricostruzione, ma anche della rinascita e dello sviluppo del paese.

L’utilizzo della canapa industriale invece, quella priva di sostanze stupefacenti, è già legale e garantisce materiale da costruzione in abbondanza: una materia prima locale, sostenibile, riciclabile e semplice da utilizzare, anche per mattoni fatti in casa.

Cannabis, una ricchezza non sfruttata

L’originale proposta vedrebbe la coltivazione e vendita della cannabis, del tipo che contiene sostanze stupefacenti e può essere utilizzata a fini medicali o ricreativi, per generare le risorse economiche necessarie a finanziare un ambizioso progetto di sviluppo sostenibile del Nepal a partire dalla ricostruzione post-terremoto.

Il processo vede la realizzazione di un ente nazionale per la cannabis che ne gestisca in monopolio l’utilizzo, ne regoli il commercio e la certificazione e detti gli standard. L’idea è di iniziare con un periodo pilota in cui la coltivazione viene affidata all’esercito per poi aprire in un secondo momento ai produttori privati.

L’approvazione del progetto dovrà passare necessariamente da un iter di modifica delle politiche e dei regolamenti sull’uso della pianta, regolamentazione del mercato e legalizzazione. Gli esperti di Healing the Himalayas, questo il nome dell’iniziativa, possono contare sull’esperienza del professor Dipak Pant, nepalese esperto di economie sostenibili, e sull’esempio di paesi come l’Uruguay o alcuni stati USA che hanno già legalizzato l’uso della marijuana.

Il coordinatore del progetto Dipak Pant con una pianta di cannabis selvatica © Alexander Weiss von Trostprugg/Healing the Himalayas
Il coordinatore del progetto Dipak Pant con una pianta di cannabis selvatica © Alexander Weiss von Trostprugg/Healing the Himalayas

“Siamo convinti che la politica economica nepalese debba fondarsi su elementi chiave quali la riduzione della vulnerabilità umana in primis, ma anche la creazione di una prosperosa imprenditoria locale e di infrastrutture resilienti e non invasive, la riduzione del flusso dei rifiuti e la realizzazione di una strategia finanziaria che si sostenga autonomamente”, si legge nel documento redatto dalla task force per Healing the Himalayas.

A vedere come stanno le cose, la situazione sembra promettente. La cannabis, la sostanza stupefacente per usi ricreativi più usata al mondo, appartiene alla stessa famiglia della canapa, un materiale vegetale per uso industriale versatile e completamente ecologico. Per molte malattie croniche e degenerative la cannabis può rappresentare una buona fonte di rimedi e il mercato per la marijuana a fini ricreativi è senz’altro molto grande. Per questo, in un mercato ben controllato e regolato la cannabis è una grande risorsa e può generare lavoro e ricavi. Senza legalizzazione e una regolamentazione del mercato invece la cannabis offre guadagni solo alla criminalità.

Il progetto di ricostruzione

Il progetto prevede un piano dettagliato di soluzioni strategiche, tecnologiche e finanziarie che coprono diversi ambiti: dalla ricostruzione delle infrastrutture e dei villaggi ad una nuova immagine per il paese e soluzioni per uno sviluppo sostenibile fondato sull’utilizzo di risorse locali.

Molti villaggi sono isolati e non hanno reti elettriche e neanche collegamenti stradali carrabili. Utilizzano la legna per riscaldarsi e cucinare mentre per produrre elettricità si affidano a generatori alimentati a cherosene, distribuito a singhiozzi da mezzi che si inerpicano sulle ripide vide di montagna. L’idea è dunque quella di sviluppare energie rinnovabili adeguate al territorio e idealmente off-grid, così da non dover dipendere da una rete che in un paesaggio così arduo sono difficili da realizzare e mantenere. Potenziare i percorsi a piedi o a dorso di animali anche in un’ottica turistica, puntare a un’immagine internazionale positiva, migliorare la gestione dei rifiuti e soprattutto ridurli. Uno dei punti principali della strategia proposta è anche il risparmio energetico, da cui si innesca tutta una serie di conseguenze positive per l’ambiente.

“In un primo momento, quando il professor Dipak Pant, coordinatore del lavoro, mi ha chiesto come potremmo finanziare tutte queste attività, non avevo una risposta”, spiega Alexander Weiss von Trostprugg, economista e analista finanziario. “Poi ho avuto un’intuizione e il lavoro che avevo fatto sulla cannabis medicale è tornato utile”.

Così si è formata la squadra e il progetto di consulenza ha preso forma, finanziato dall’università Carlo Cattaneo Liuc di Castellanza, dove Dipak insegna, e da imprenditori italiani.

I numeri della devastazione del terremoto che ha colpito il Nepal tra aprile e maggio 2015 sono impressionanti. È stato il peggior evento naturale dal 1934, anno in cui un altro grande terremoto colpì il paese. Quasi 9mila vittime e più di 22mila feriti. Più di mezzo milione di case distrutte, 31 distretti su 75 colpiti, di cui 14 di alta montagna. La vita di otto milioni di nepalesi, circa un terzo della popolazione, ha subito un impatto negativo. La ricostruzione va a rilento, complici le difficili condizioni ambientali e il governo poco reattivo nonostante i consistenti aiuti internazionali che raggiungono il paese.

[Foto di copertina © Alexander Weiss von Trostprugg/Healing the Himalayas]

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