I giudici hanno disposto lo spegnimento dell’impianto, che ha causato centinaia di vittime negli anni. Rimane il tema del lavoro e della riconversione.
Un nuovo studio mostra come le zone di pesca industriale si stiano sempre più sovrapponendo agli hotspot degli squali, lasciando a questi animali poco spazio in mare aperto per evitare la minaccia della cattura.
In passato la maggior parte delle attività di pesca si concentrava nelle aree costiere. Ma a partire dagli anni Cinquanta le flotte di pescherecci industriali hanno allargato il loro raggio d’azione al mare aperto, sollevando preoccupazioni per le specie marine che popolano questo habitat, come gli squali. Gli squali pelagici che vivono in mare aperto costituiscono infatti oltre la metà di tutte le specie di squalo e, essendo predatori in cima alla catena alimentare, hanno un ruolo fondamentale nel mantenimento degli ecosistemi marini.
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In uno studio recente pubblicato dalla rivista Nature, un team di oltre 150 scienziati provenienti da 26 paesi ha messo insieme un grande set di dati sui rilevamenti ottenuti dal monitoraggio di oltre duemila squali negli oceani di tutto il mondo. Studiando i movimenti di questi animali, gli scienziati hanno identificato le aree, chiamate “shark hotspot”, dove si radunano molte specie di squali. Questi hotspot si trovano in corrispondenza di regioni produttive, come la corrente del Golfo e la corrente della California. Successivamente, è stata analizzata la sovrapposizione degli hotspot degli squali con la distribuzione globale delle attività di pesca, in particolare la pesca industriale con i palamiti. Questa tecnica prevede l’utilizzo di lenze lunghe fino a cento chilometri, a cui sono affissi centinaia, se non migliaia, di esche. I palamiti sono responsabili del maggior numero di catture di squalo, sia per scopi commerciali sia in modo involontario (cattura accessoria).
News & Views: The expansion of industrial fishing across the high seas has created a new threat to shark as fishing grounds overlap with shark habitats. Sharks are thought to be one of the most threatened groups of marine species. https://t.co/3nTOZ1OIoH
— nature (@nature) 7 August 2019
Le conclusioni dello studio sono preoccupanti: le aree di pesca con i palamiti si sovrappongono considerevolmente, sia a livello spaziale che temporale, agli habitat importanti per gli squali: il 24 per cento dello spazio occupato dagli squali mensilmente si ritrova all’interno del raggio d’azione di queste attività. Le coincidenze più elevate si rilevano per le specie sfruttate a fini commerciali (fino al 76 per cento per la verdesca), ma anche gli squali protetti a livello internazionale risultano ad alto rischio (coincidenza fino al 64 per cento per gli squali bianchi). Purtroppo le regioni meno sfruttate per la pesca industriale sono quelle anche meno frequentate dagli squali, sembra quindi che le aree sicure che rimangono per queste specie siano sempre più limitate.
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Lo studio conclude con una richiesta di azioni tempestive e misure di protezione adeguate. Non è facile stabilire grandi aree marine protette attorno agli hotspot, e l’imposizione di divieti in queste zone remote presenta molte complessità, ma esistono tecnologie innovative che potrebbero essere d’aiuto. Per esempio, si potrebbe usare la localizzazione satellitare, sia degli squali che delle navi da pesca, per sviluppare divieti mobili di pesca per determinate aree. Senza interventi rapidi e mirati a proteggere queste specie e i loro habitat, gli hotspot degli squali sono a rischio di scomparire nell’immediato futuro.
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