Dai primi sintomi allo specialista: Geen.ai indirizza verso il percorso di cura più adatto

Nata come FemTech, Geen.ai usa l’intelligenza artificiale per orientare le persone verso il percorso di cura più adatto ai propri bisogni.

Ti è mai capitato di avere un dolore che va e viene da mesi e di non riuscire a descriverlo bene, nemmeno davanti al medico? O di uscire da una visita con una prescrizione in mano, senza sapere bene a chi rivolgerti da quel momento in poi? Succede più spesso di quanto pensiamo, perché il primo ostacolo, quando si cerca aiuto per la salute, non è quasi mai l’assenza di un servizio, ma è sapersi orientare: capire a quali porte bussare e in quale ordine.

Una difficoltà che pesa ancora di più quando ottenere un appuntamento richiede mesi. Secondo il primo bollettino Agenas sulle liste d’attesa, in Italia nel primo semestre del 2026 le prenotazioni per prime visite ed esami diagnostici sono salite da 13,3 a 14,9 milioni. Il rispetto dei tempi di garanzia è migliorato, ma oltre 2,2 milioni di prestazioni sono state comunque erogate oltre le soglie previste.

E se, dopo tanta attesa, la visita prenotata non corrisponde alla specialità più adatta, il percorso rischia di ricominciare, con nuovi costi e ritardi nella presa in carico. La parola chiave è quindi appropriatezza: aumentare la probabilità che una persona venga indirizzata fin dall’inizio verso il servizio più coerente con il proprio bisogno.

Giulia Marchese e Lucia Vernino, fondatrici di Geen.ai.
Giulia Marchese e Lucia Vernino, fondatrici di Geen.ai, la startup che usa l’intelligenza artificiale per orientare le persone verso percorsi di cura più appropriati © Geen.ai

Come nasce Geen.ai, tra esperienze personali e limiti del sistema sanitario

È da questa difficoltà che nasce Geen.ai, startup fondata da Giulia Marchese e Lucia Vernino. Giulia Marchese è data scientist e si è occupata di modelli predittivi, gender data gap e accesso alla salute delle popolazioni vulnerabili; Lucia Vernino ha invece lavorato nel marketing e nella comunicazione, soprattutto sui temi della sostenibilità e dell’uguaglianza di genere.

A far incontrare le loro competenze sono state anche due esperienze personali: la gravidanza di Giulia e la convivenza di Lucia, da oltre dieci anni, con una condizione cronica. “Il problema non era la mancanza di competenze mediche attorno a noi. Era capire a chi rivolgersi, in quale momento del percorso e con quali informazioni”, raccontano. È così che hanno iniziato a vedere, dietro difficoltà apparentemente individuali, un limite più ampio: il modo in cui le persone entrano nel sistema sanitario e riescono, o non riescono, a orientarsi al suo interno.

Geen.ai, un navigatore per i percorsi di salute

Geen.ai non è un’app rivolta direttamente al pubblico, ma una tecnologia pensata per aziende sanitarie, assicurazioni e altri operatori del settore. Si integra nei loro sistemi per aiutare chi gestisce prenotazioni e percorsi di cura a indirizzare le persone verso il servizio più adatto. In alcuni casi, può essere utilizzata anche da cittadini e assicurati attraverso i canali dell’organizzazione che la adotta.

Il sistema riceve le richieste espresse in linguaggio naturale, le traduce in termini clinici e le confronta con linee guida, percorsi di cura ed evidenze scientifiche. Se individua un percorso sostenuto dalle fonti, lo propone; quando le alternative sono più di una, il modello linguistico seleziona e spiega la raccomandazione soltanto tra le opzioni validate dal grafo.

La differenza rispetto a un motore di ricerca sta nella capacità di collegare il bisogno raccontato dalla persona all’organizzazione concreta dei servizi. “Geen.ai orienta verso lo specialista o il percorso di cura più appropriato, ma non formula diagnosi e non sostituisce il medico”, precisano le fondatrici. Nei casi urgenti indirizza verso i servizi di emergenza, mentre diagnosi e terapia restano di competenza delle figure sanitarie.

Per misurare l’impatto, Geen.ai utilizza come indicatore principale il time to care, cioè il tempo tra l’emergere del bisogno e la presa in carico appropriata. Le altre metriche variano in base al cliente: appropriatezza dei percorsi per una struttura sanitaria, utilizzo della rete convenzionata per un’assicurazione, rapidità di accesso per un programma di welfare: “Per noi il time to care non è una promessa, ma la misura concreta del valore che Geen.ai genera”.

Dal FemTech a un’intelligenza artificiale più rappresentativa

Il primo prodotto di Geen.ai è nato nell’ambito della salute sessuale e riproduttiva femminile, il terreno su cui Marchese e Vernino avevano maturato un’esperienza più diretta. Qui avevano osservato percorsi frammentati, poca chiarezza sulle professionalità da coinvolgere e bisogni ancora poco rappresentati nei dati e nei servizi.

Proprio questo sguardo ha portato la startup a confrontarsi con un problema più ampio: per molto tempo la medicina ha assunto come riferimento un paziente standard, spesso adulto e di sesso maschile. Se un sistema di intelligenza artificiale viene costruito su conoscenze sbilanciate, rischia di riprodurne i limiti. “Per noi questo non è un tema di posizionamento, ma di qualità del sistema. Se un modello è costruito su dati poco rappresentativi o ragiona per stereotipi, semplicemente orienta peggio”, spiegano le founder. Una stessa condizione può manifestarsi diversamente in base al genere, all’età o ad altre caratteristiche clinicamente rilevanti: non considerarlo può produrre visite inutili e tempi di presa in carico più lunghi. L’equità diventa, quindi, anche una condizione di efficienza.

Dall’esperienza sulla salute delle donne è nata l’evoluzione a infrastruttura utilizzabile da aziende sanitarie, assicurazioni ed enti pubblici, ma lo sguardo maturato in quel primo ambito resta centrale: “Il FemTech è stato il nostro punto di partenza, non il punto di arrivo. Lavorare sulla salute delle donne ci ha permesso di osservare da vicino quanto la sottorappresentazione di alcuni bisogni nei dati e nei percorsi di cura possa tradursi in un orientamento meno preciso e in un accesso più difficile alle cure. E ci ha insegnato che una tecnologia è davvero efficace solo quando è progettata per rappresentare la complessità delle persone che la utilizzeranno. Oggi quello sguardo è diventato un principio progettuale che rende il sistema più accurato per tutte le persone”.

Una delle founder Lucia Vernino presenta Geen.ai durante un workshop davanti a un pubblico, con il logo della startup proiettato sugli schermi.
Geen.ai affianca allo sviluppo tecnologico momenti di formazione e confronto su salute, innovazione, equità e uso consapevole dell’intelligenza artificiale © Geen.ai

L’esperienza di Women in Action

Geen.ai è stata selezionata per Women in Action, il programma di accelerazione di LifeGate Way dedicato alle startup fondate da donne. Per Giulia e Lucia il percorso è arrivato mentre la direzione dell’impresa era ancora in fase di definizione, ma il suo valore si è rivelato soprattutto nel tempo: “Questi programmi non finiscono con il demo day: costruiscono relazioni che continuano a creare opportunità anche a distanza di anni”.

Il punto, aggiungono, non è creare un ecosistema separato, ma ridurre le barriere di accesso a reti, competenze e opportunità, rendendo più visibili imprenditrici e professioniste. “Più persone con esperienze e prospettive diverse arrivano nei luoghi in cui si prendono decisioni e si costruisce innovazione, maggiore è la probabilità che emergano idee e soluzioni che altrimenti resterebbero invisibili”, concludono.

 

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