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L’aumento dell’energia prodotta da vento, sole e acqua, incentivata anche Inflation reduction act, potrebbe non bastare a centrare gli obiettivi climatici degli Usa.
Negli Stati Uniti cresce la produzione da fonti rinnovabili: entro la fine del 2022 l’elettricità generata da vento, sole e acqua ammonterà al 22 per cento del totale, contro il 20 per cento prodotta da carbone e il 19 per cento da nucleare. Rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, stima la United States energy information administration (Eia), l’agenzia di analisi del dipartimento dell’Energia statunitense (Doe), la crescita è di 18 punti percentuali, 58 se il paragone è con il 2019.
Eppure, scrive la nota rivista di divulgazione scientifica americana Scientific American, i vincoli e le difficoltà riscontrate lungo l’intera catena di approvvigionamento e le controversie commerciali stanno rallentando le nuove installazioni di rinnovabili. L’obiettivo del piano per il clima di Joe Biden di ridurre le emissioni di gas serra del 40 per cento entro il 2030 rispetto ai livelli del 2005 dipende dal tasso di crescita delle fonti alternative, che nei primi mesi del 2022 è stato di 11 gigawatt (GW).
Per raggiungere un taglio delle emissioni così sfidante, i ricercatori dell’Università di Princeton stimano che tra il 2022 e il 2024 bisognerà installare 50 GW di nuova potenza eolica e solare fotovoltaica, il doppio dei 25 GW installati annualmente dagli Stati Uniti nel 2020 e nel 2021.
L’opinione – fiduciosa – di molti analisti è che potrà esserci un cambio di rotta grazie ai 369 miliardi di dollari di investimenti previsti dall’Inflation reduction act, la legge federale del 2022 che, per l’appunto, cercherà di frenare l’inflazione (anche) investendo nella produzione di energia, in particolare rinnovabile, sfruttando quelle che sono le risorse interne.
Ciò prevede che tutto il sistema energetico del Paese affronti questa crescita: gli operatori di rete dovranno recuperare il ritardo accumulato nella costruzione di nuove linee di trasmissione. Il Lawrence Berkeley National Laboratory, laboratorio del Doe gestito dall’Università della California, stima che circa 930 GW di nuovi progetti eolici, solari e di batterie dovranno essere collegati alla rete elettrica, quando oggi la capacità totale è di (soli) circa 1.150 GW.
Potrebbe volerci del tempo affinché le indicazioni fiscali contenute nell’Inflation reduction act diventino operative e la legge inneschi un boom delle rinnovabili. È vero che oggi le imprese sono sottoposte a forti venti contrari – tassi di interesse elevati e la minaccia incombente di una recessione – ma è anche vero che, a differenza dei tempi in cui i sussidi alle rinnovabili andavano prorogati dal Congresso ogni due anni, oggi gli investitori hanno maggiori certezze con incentivi assicurati per 10 anni.
Una maggiore produzione da fonti rinnovabili equivale a un minor consumo di combustibili fossili. Tuttavia, le preoccupazioni relative alla catena di approvvigionamento e al ritmo di costruzione di nuovi parchi solari ed eolici stanno ritardando il pensionamento delle centrali a carbone. L’IHS Markit, il provider globale di informazioni, analisi e soluzioni per i principali mercati mondiali, stima un ritardo di due anni per il pensionamento di 13 GW di centrali. L’Eia prevede lo stop a 8 GW nel 2023.
Se il ricorso a queste centrali fosse “parsimonioso”, circoscritto a soddisfare i picchi di domanda, l’impatto su Pianeta e persone potrebbe essere limitato. In ogni caso, il carbone è ancora la fonte più utilizzata a livello mondiale per la produzione di energia e il ricorso a questa risorsa così inquinante resta una cattiva notizia in termini di cambiamento del clima. Soprattutto per la transizione energetica, per la quale i primi anni sono cruciali e ogni anno perso in termini di nuova capacità installata è un anno perso per la salvaguardia del clima.
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