“L’Ungheria non è più una piena democrazia” secondo il parlamento europeo

La relazione di Strasburgo condanna l’Ungheria per violazione dello stato di diritto. Una misura per ora politica, che potrebbe estendersi ai fondi europei.

Il parlamento europeo ha stabilito, con votazione, che l’Ungheria “non può più essere considerata pienamente una democrazia”. È una dichiarazione forte quella che proviene da Strasburgo, dove gli europarlamentari hanno definito l’Ungheria una “minaccia sistemica” ai valori fondanti dell’Unione. Nel testo si legge che l’Ungheria, dal 2010 sotto la guida ininterrotta del leader del partito conservatore Fidesz Viktor Orbán, è “un regime ibrido di autocrazia elettorale”.

Un voto dal valore politico (per ora)

Il provvedimento su cui si è votato ieri non ha tuttavia un valore legislativo, cioè non estrometterà Budapest dal godimento dei diritti che prevede l’appartenenza all’Unione. L’intento è principalmente “politico” e motivato dall’aggravarsi della cornice dei diritti nel Paese. Secondo quanto hanno fatto sapere gli eurodeputati, infatti, procrastinare ulteriormente questa misura avrebbe significato “una violazione del principio dello stato di diritto da parte del Consiglio europeo stesso”. Nella relazione si trova una bozza di testo con cui si chiede sia alla Commissione e che al Consiglio europeo, che definisce gli orientamenti generali e le priorità delle politiche dell’Unione, di attivare la “clausola di sospensione” dei diritti di adesione all’Unione, disciplinata dall’articolo 7 del Trattato sull’Unione europea.

Questo dispositivo prevede che, “in caso di violazione grave e persistente da parte di un paese membro dei principi sui quali poggia l’Unione” – libertà, democrazia, rispetto dei diritti dell’uomo, delle libertà fondamentali e dello Stato di diritto –, Bruxelles prevede la possibilità di interdire il trasgressore dall’esercizio di alcuni diritti comunitari, tra cui il voto in Consiglio. Un’eventuale sospensione potrebbe soprattutto bloccare i fondi europei previsti dal Next Generation Eu. È importante ricordare che l’articolo 7 non necessita di un voto espresso all’unanimità per identificare e dichiarare quando il governo di uno stato membro sta operando tale violazione. La sospensione vera e propria dei diritti comunitari dell’Ungheria avrebbe invece bisogno di un voto unanime.

L’opposizione di Lega e Fratelli d’Italia

La relazione è stata adottata a larga maggioranza con 433 voti favorevoli, 123 contrari e 28 astenuti. A sostenere le posizioni dell’europarlamentare Gwendoline Delbos-Corfield, relatrice appartenente al gruppo dei Verdi, è stata la maggior parte del parlamento compresi gli eurodeputati italiani, inclusi quelli di Forza Italia, che siedono tra le fila del gruppo del Partito popolare europeo. “Ci rammarichiamo profondamente che la mancanza di un’azione decisiva da parte dell’Unione europea abbia contribuito al crollo della democrazia, dello stato di diritto e dei diritti fondamentali in Ungheria, rendendo il Paese un regime ibrido di autocrazia elettorale”, ha dichiarato Delbos-Corfield. Si sono espressi contro i membri di Fidesz, il partito ungherese di cui è leader proprio Orbán, insieme ai gruppi dei conservatori e riformisti europei, di cui fa parte Fratelli d’Italia, e Identità e democrazia, a cui appartiene la Lega.

Le reazioni in Ungheria

A stretto giro sono arrivati i commenti stizziti da parte di alcuni membri del governo ungherese: “Considero un insulto contro un ungherese se qualcuno mette in dubbio la capacità democratica dell’Ungheria”, ha dichiarato ai giornalisti il ministro degli Esteri Péter Szijjártó. Oggi invece è arrivato l’affondo di Zoltan Kovacs, Segretario di Stato per le comunicazioni e le relazioni internazionali dell’Ungheria, che su Twitter ha definito le sanzioni europee “un’invenzione dell’occidente“.

Ufficialmente il governo ungherese ha definito quanto deciso a Strasburgo “un insulto”, sottolineando che tutti i governi di Orbán sono sempre stati legittimati da elezioni democratiche.

Ungheria e diritti: un dossier da tempo sul tavolo europeo

Non è la prima volta che il parlamento europeo affronta il tema della tenuta della democrazia ungherese. Già nel 2013 una prima ammonizione fu messa nero su bianco nel cosiddetto Rapporto Tavares – dal nome dell’eurodeputato portoghese capofila del dossier – nel quale si sollevavano non poche perplessità sulla libertà concessa da Budapest alla magistratura, ai mezzi d’informazione e alle minoranze etniche, religiose e di altro tipo. Cinque anni più tardi scattò la stessa procedura che ieri ha trovato l’appoggio del parlamento, salvo poi arenarsi in Consiglio per l’opposizione di alcuni stati membri.

Budapest
Sostenitori della comunità Lgbtqia+ sfilano durante il Pride 2021 a Budapest © Janos Kummer/Getty Images

La decisione di ieri resta comunque di portata potenzialmente storica, ma dovremo aspettare di vedere quali posizioni prevarranno in seno alla Commissione e al Consiglio. Nel frattempo pochi giorni fa il governo di Orbán si è fatto nuovamente notare per aver approvato un decreto mediante il quale, a partire dal 15 settembre, è obbligatorio per il personale sanitario impiegato negli iter di interruzione di gravidanza far sentire alle pazienti che vogliono abortire il battito del cuore del feto, rendendo “chiaramente riconoscibili” le funzioni vitali del nascituro. Non un segno di distensione, insomma.

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