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Sono sempre più le aziende che chiudono il ciclo e riducono gli scarti, realizzando nuovi prodotti. Ed è ciò che accade nel mondo del vino.
Dell’uva non si butta via (quasi) niente. Potrebbe essere questo il motto di una campagna dedicata alla vite. E questo perché, con la crescita della bioeconomia, sono sempre più le soluzioni che riutilizzano quelli considerati un tempo scarti, dalla buccia degli acini alle vinacce.
E se al Vinitaly 2016 ci sarà uno spazio, promosso da Coldiretti Cuneo, dedicato alle aziende che hanno puntato sulla sostenibilità ambientale, la tutela della biodiversità, la diffusione di insetti pronubi, di essenze erbacee e floreali, sono sempre di più le società che trovano nuovi modi per utilizzare gli scarti della produzione del vino.
Come Favini, storica cartiera vicentina, che quest’anno ha aggiunto alla gamma Crush, la carta ecologica realizzata con residui di lavorazioni agro-industriali che sostituiscono il 15 per cento della cellulosa proveniente da albero, Crush Uva. La carta in questo caso nasce dai residui degli acini d’uva utilizzati per la produzione di vini e distillati e può essere utilizzata per gli usi più disparati, dalla stampa alle etichette resistenti all’umidità per i prodotti alimentari.
Grazie alla ricerca scientifica si è dimostrato come le bucce e i semi d’uva, dopo il processo di vinificazione, contengano ancora una buona quantità di polifenoli, molecole dal forte potere antiossidante. Ecco allora nascere negli anni tutta una serie di prodotti cosmetici “antiage”, e che agiscono quindi contro l’invecchiamento della cellula, combattendo i cosiddetti radicali liberi.
La fine del ciclo arriva successivamente, quando le vinacce sono state deprivate della loro parte alcolica, per produrre distillati come la grappa, e possono essere ancora impiegate per produrre energia elettrica. Lo fa la Bonollo, ad esempio, che produce “l’intero fabbisogno di energia termica per ottenere il vapore necessario alla distillazione attraverso l’impiego delle buccette d’uva che vengono essiccate dopo la distillazione”.
Gli scarti di lavorazione del settore agro-alimentare per la produzione di nuovi prodotti, si rivelano essere una vera miniera, sia dal punto di vista del mercato, che dell’indotto creato. Secondo una ricerca condotta dal centro studi di Intesa Sanpaolo, in Italia il giro d’affari coperto dalla bioeconomia è pari a 241 miliardi di euro, occupando circa 1,6 milioni di persone.
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