Come funziona il mercato unico africano, per difendere e rilanciare l’economia del continente

Al via il mercato unico africano, il più grande al mondo dopo il Wto, che unirà 1,3 miliardi di persone e avrà un valore di 3.400 miliardi di dollari.

Il gigantesco Makola Market di Accra, capitale del Ghana, è un dedalo di strade in cui è arduo farsi largo tra i banchetti, i camion e la folla. Nell’area dedicata al cibo, “tutto o quasi viene da fuori: c’è il Cowboy rice, prodotto negli Stati Uniti, gli Onion chicken noodles fatti nel Regno Unito, i cereali Good morning white oats provenienti dalla Germania, la carne in scatola Exeter “made in Argentina”, l’olio di palma indonesiano. Non c’è nulla di locale, niente di fresco: tutto viene da decine di migliaia di chilometri di distanza”. Poco lontano dalla città, quelle che un tempo erano le fiorenti coltivazioni di pomodoro ghanesi sono pressoché abbandonate. Dopotutto, le ricette tradizionali sono infarcite di concentrato di pomodoro cinese, venduto a prezzi talmente bassi da stracciare la concorrenza.

Questo racconto arriva dalle pagine dei Signori del cibo, il reportage con cuiil giornalista e scrittore Stefano Liberti ricostruisce quattro filiere simbolo di un sistema alimentare ormai “finanziarizzato”. Una storia che dà un’idea del potenziale rivoluzionario dell’Afcfta (African continental free trade area), l’area di libero scambio continentale africana nata ufficialmente il 7 luglio, dopo anni di intenso lavoro diplomatico.

africa
L’Africa è invasa da prodotti stranieri a basso prezzo, che sono paradossalmente più convenienti rispetto a quelli locali © Eva Blue / Unsplash

Cos’è e come funziona il mercato unico africano

Domenica 7 luglio, Niger. In una Niamey blindata, i leader di 54 paesi si riuniscono per il vertice straordinario dell’Unione africana che sancisce l’avvio della fase operativa dell’Afcfta. L’area di libero scambio connetterà 1,3 miliardi di persone, creando un mercato unico da 3.400 miliardi di dollari, il più grande al mondo dopo l’Organizzazione mondiale del commercio (Omc o Wto, istituita nel 1994).

L’accordo prevede di azzerare le tariffe doganali sul 90 per cento delle merci che attraversano i confini degli stati firmatari. Sono inclusi anche i servizi, il che è fondamentale visto che nel 2017 hanno rappresentato il 53 per cento del pil del continente, fa sapere l’Uneca, United nations economic commission for Africa. In questa fase transitoria, i dazi rimarranno attivi solo su un numero limitato di settori economici ritenuti particolarmente sensibili per gli interessi nazionali.

Considerato che un cambiamento così radicale non può avvenire dall’oggi al domani, è previsto un periodo cuscinetto di cinque anni, che potrà essere prorogato dalle economie più fragili. Come spiega l’Ispi (Istituto per gli studi di politica internazionale), questo è il primo step di “un percorso più lungo che prevede come stadi successivi, in un futuro non ancora prossimo, l’unione doganale e quella monetaria”.

Il complesso iter che ha portato all’Afcfta

Arrivare a questo risultato è stato tutt’altro che semplice. Tornando indietro nel tempo, si può dire che la prima pietra sia stata posta nel 1980 con il Piano d’azione di Lagos per lo sviluppo dell’Africa e poi nel 1991 con il Trattato di Abuja, che aveva fissato il 2025 come scadenza per le barriere doganali interne. Un intento ribadito dall’Unione africana, nata nel 2002.

Già negli anni Novanta sono state istituite otto comunità economiche regionali (dette Rec, dalla sigla inglese), intese come il passaggio intermedio prima della piena integrazione comunitaria. Presìdi fondamentali ma imperfetti, come dimostra il fatto che alcuni stati siano membri di due Rec contemporaneamente (è il caso di Kenya e Uganda). Ad aumentare la confusione anche il proliferare di enti concorrenti, non riconosciuti in forma ufficiale.

Così, nel 2012 ad Addis Abeba si è deciso di passare al livello successivo, creando l’Afcfta. Ci sono voluti otto round di negoziati per arrivare al summit che si è tenuto a fine marzo 2018 a Kibali, in Ruanda, che ha visto la firma da parte dei leader di 44 paesi. Nei mesi successivi i parlamenti nazionali hanno avallato l’accordo, che è diventato ufficiale a maggio 2019 quando è stata raggiunta la quota di 22 ratifiche.

Nel frattempo si sono aggiunti gli assenti, per primo il Sudafrica, che con il suo pil di 348 miliardi di dollari (aggiornato al 2017) è al trentaduesimo posto tra le economie mondiali e sul secondo gradino del podio in Africa. In extremis, al summit di Niamey, è arrivata anche l’attesissima firma del presidente nigeriano Muhammadu Buhari, che si era preso del tempo per valutare le istanze delle associazioni industriali e sindacali, che temevano di rimetterci in termini di competitività e occupazione. Senza la prima potenza economica dell’area, l’accordo di libero scambio sarebbe rimasto inevitabilmente “a metà”. Ora resta fuori soltanto l’Eritrea, a causa del conflitto con l’Etiopia.

Perché il mercato unico può aiutare le economie africane

Con le dovute differenze di caso in caso, ultimamente i legami commerciali tra un paese e l’altro del continente si sono dimostrati davvero flebili. I dati dell’Uneca dimostrano che ogni paese in media esporta il 10 per cento dei beni verso i membri della sua stessa comunità economica regionale e il 7 per cento verso altri stati africani. Per le importazioni, invece, la media è pari rispettivamente al 9 e al 6 per cento. Il principale partner commerciale dell’Africa ad oggi è l’Europa, che copre il 31 per cento degli scambi, seguita dalla Cina (in rapida ascesa) che assorbe il 13 per cento dell’export e il 17 per cento dell’import.

Con il mercato unico africano, assicura l’Uneca, le cose cambieranno. Gli scambi commerciali all’interno del Continente faranno un balzo in avanti del 50 per cento, con ricadute sociali positive stimate in 16 miliardi di dollari. Perché questo accada, avverte, “l’Afcfta non deve essere solo negoziato, concluso e ratificato. Deve anche cambiare le vite, ridurre la povertà e contribuire alla crescita dell’economia. A tale scopo deve essere reso operativo in modo efficiente, ma anche supportato da misure complementari che lo trasformino in un veicolo per lo sviluppo economico”.

Articoli correlati