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Per l’agricoltura italiana è tempo di cambiare. Perché ad affliggerla non ci sono soltanto le questioni relative all’agricoltura intensiva e all’utilizzo dei pesticidi, sollevate nuovamente all’attenzione dalla puntata di Report sulla coltivazione di uve di Prosecco in tutto il Nord Italia, ma anche tanti gravi vizi strutturali che ne frenano lo sviluppo: la burocrazia, innanzitutto,
Per l’agricoltura italiana è tempo di cambiare. Perché ad affliggerla non ci sono soltanto le questioni relative all’agricoltura intensiva e all’utilizzo dei pesticidi, sollevate nuovamente all’attenzione dalla puntata di Report sulla coltivazione di uve di Prosecco in tutto il Nord Italia, ma anche tanti gravi vizi strutturali che ne frenano lo sviluppo: la burocrazia, innanzitutto, una filiera ancora troppo frammentata che aumenta il gap con l’agroalimentare molti altri paesi competitor, e anche alcuni luoghi comuni troppo abusati: ad esempio, non è vero che sempre più giovani scelgono i campi, anzi bisogna aumentare gli incentivi.
A dipingere questo quadro, a tinte quantomeno opache, dello stato del settore agricolo è la stessa Confederazione italiana degli agricoltori, che non a caso ha scelto proprio “è tempo di cambiare” come slogan dell’assemblea nazionale. E’ tempo di cambiare perché, sostengono, il settore primario si muove ancora a meno del 50% del suo potenziale: oggi il valore complessivo della produzione è di 165 miliardi l’anno, con 38 miliardi di export, ma “con poche misure ben mirate, è nelle condizioni di raddoppiare il proprio valore complessivo e garantire almeno 100 mila nuovi posti di lavoro”. A rallentare l’andamento del settore è in primis la burocrazia: oggi un agricoltore impegna circa 90 giornate l’anno, una ogni quattro, a svolgere pratiche e adempimenti di legge: troppe e troppo onerose, visto che i costi di produzione sono i più cari d’Europa (superiori almeno del 15 per cento della media), e generano il fenomeno dell’indebitamento: un agricoltore italiano su tre infatti ha pendenze da ripianare.
Poi ci sono quelli che la Cia chiama i ‘falsi luoghi comuni’ esistenti sul mondo dell’agricoltura: alcuni in positivo, altri in negativo. Tra i primi gli agricoltori mettono la piaga del caporalato e quella dell’uso di pesticidi: due fenomeni certamente esistenti, secondo gli agricoltori, ma forse un po’ sovrastimati: a fronte di alcune decine di casi in cui è stata accertata la pratica del caporalato, oltre un milione di imprenditori agricoli sono perfettamente in regola con le vigenti normative che regolano la materia del lavoro nelle aziende. E l’Italia è il paese in cui si effettuano i più rigorosi controlli sulla salubrità dei prodotti agricoli e alimentari, e quello che in Europa sta convertendo più velocemente il metodo colturale da convenzionale a biologico, praticato ormai da oltre 60 mila aziende. Il rovescio della medaglia è che i tanto decantati boom del km zero e dei giovani che riscoprono la campagna non sono poi ancora così esplosivi: il km zero genera meno dello 0,4% del fatturato complessivo del settore, mentre il ricambio generazionale è ancora lento, se è vero che per ogni azienda gestita da un under 40, altre 20 sono ancora nelle mani di ultrasessantacinquenni (non certo un problema per l’oggi, ma sicuramente per il domani).
All’Assemblea @Cia_Agricoltura per ribadire i nostri impegni a fianco degli agricoltori pic.twitter.com/T0IvAwDLrs
— Maurizio Martina (@maumartina) 15 novembre 2016
Certo, dicono gli agricoltori italiani, ci sono margini di crescita enormi, raggiungibile anche in pochissimi anni: servono però professionalità, nuove figure che entrano in piena interazione con il mondo produttivo, giovani che hanno una formazione tesa all’innovazione sia in agronomia che nel marketing, nella creatività e nella padronanza dei strumenti digitali e tecnologici. Per questo tra le proposte formulate al governo, e in particolare al ministro delle Politiche agricole Maurizio Martina che ha promesso un sostegno forte, ci sono quelle di snellire le tempistiche di approvazione di norme e misure, facilitare l’accesso al credito, creare strumenti assicurativi per tutelarsi dai rischi commerciali e climatici
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