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Andrea Rigoni. Essere grandi non significa solo fare grandi numeri

Fin dagli anni Novanta, Rigoni di Asiago ha scelto la via del biologico, della qualità delle materie prime, del rispetto per il territorio. Andrea Rigoni ci racconta perché e cosa significa essere sostenibili.

È la gente dell’altopiano di Asiago. Quella che ha vissuto la Grande guerra da vicino. Vicinissimo. Gente legata alla propria terra, che per questo la rispetta, quasi la venera. Ed è da quel legame col territorio e la natura che in qualche modo nasce Rigoni di Asiago.

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Un incontro con Andrea Rigoni

L’azienda svolge attività di produzione e commercializzazione di prodotti provenienti per oltre il 98 per cento da agricoltura biologica. Alla tradizionale produzione di miele, cominciata già negli anni ’20 con una piccola apicoltura a conduzione familiare, il Gruppo ha affiancato la produzione di confetture, preparate con frutta biologica e zuccherate con succo di mele biologiche, la Nocciolata e i succhi di frutta. Agricoltura biologica, qualità delle materie prime, prodotti salutari. È questa la filosofia dell’azienda, se riassunta in poche parole. Ne abbiamo parlato con Andrea Rigoni, presidente del gruppo.

andrea rigoni
Il presidente Andrea Rigoni, incontrato ad Asiago. Foto Lugi Zanni/LifeGate.

Negli ultimi anni il brand Rigoni di Asiago è cresciuto notevolmente. Impossibile non trovare qualche prodotto sugli scaffali dei supermercati. Come nasce la vostra storia, da dove siete partiti e quali sono i vostri numeri oggi?
La nostra storia inizia con la nonna che dopo il ritorno nella propria terra terminata la Prima guerra mondiale, portò con sé alcuni alveari, dopo aver imparato l’apicoltura nel varesotto. È stata una rifugiata del Diciannovesimo secolo. Le api sono sempre state un aiuto per la famiglia e con i figli Mario e Paolo è nata Rigoni di Asiago. Abbiamo poi allargato la produzione alle confetture, alla nocciolata, ai succhi di frutta e ad un dolcificante naturale prodotto a partire dalle mele. Il nostro mondo è quello del biologico. Abbiamo preferito questa strada accettando anche una riduzione delle quantità. Essere grandi non significa solo fare grandi numeri. Ma fare prodotti di qualità. Siamo noi stessi i primi consumatori e ci piace realizzare prodotti pensando anche a cosa piace a noi. L’ottica è diversa da un’azienda che ha solo i numeri come obiettivo.

Il biologico in Italia è in salute: crescono le superfici (+7,5 per cento rispetto al 2014), gli operatori (+8,2 per cento rispetto al 2014), le vendite (+15 per cento rispetto al 2014). Ma non è solo il mercato interno ad ottenere ottimi risultati: l’export cresce addirittura del 408 per cento rispetto al 2008 e del 16 per cento rispetto a un anno fa. Voi avete scelto questa strada più di 20 anni fa, in “tempi non sospetti”. Perché?
Fin dagli anni Novanta produciamo prodotti biologici, veniamo dal quel mondo. La grande azienda vede nel biologico una difficoltà in più, noi invece vediamo un’opportunità. Sono i consumatori che vogliono e chiedono prodotti più salubri e questo certamente ha dato un’accelerazione al mercato. La nostra non è stata però una scelta di mercato, ma una scelta etica. Volevamo fare un prodotto che ci rappresentasse anche come consumatori e farlo bene.

L’agricoltura biologica, secondo gli esperti, potrebbe essere una risposta in più ai cambiamenti climatici. Protezione del suolo, agricoltura che punta su biodiversità, limitato uso di erbicidi e pesticidi.
Facendo biologico abbiamo capito che questa può essere una risposta ai problemi che stiamo vivendo in questi anni. Può essere la risposta ai cambiamenti climatici, allo sfruttamento eccessivo delle risorse, continuando comunque a fornire cibo per tutti. Il biologico può essere la risposta: non significa tornare all’agricoltura di sussistenza, ma fare cultura dell’agricoltura. Conoscere ed utilizzare meglio le conoscenze che abbiamo oggi, per produrre con meno chimica o addirittura senza. Tutto ciò è possibile, bisogna avere più cura di ciò che si sta coltivando.

Dunque voi stessi avete iniziato a produrre materie prime biologiche?
La crescita aziendale ci ha portato a diventare noi stessi agricoltori. In Bulgaria abbiamo trovato delle aree agricole più o meno abbandonate e le abbiamo acquistate. Qui oggi abbiamo molte aree produttive, per diverse tipologie di materie prime. Ciliegie, prugne, fragole, nocciole e mele. Poi ci sono i mirtilli: buona parte viene raccolta direttamente nel bosco, in maniera spontanea, tutta frutta della migliore qualità, che raccogliamo a perfetta maturazione. Cerchiamo di proporre delle rarità di prodotti, di riscoprire anche i gusti di qualche decennio fa, i gusti dei frutti selvatici. Nei nostri prodotti tentiamo di riprodurre queste sensazione sensoriali, di frutta fresca.

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Una veduta dei prati di Asiago, dove sorge Rigoni. Foto Rudi Bressa/LifeGate

Miele, confetture, la nocciolata sono infatti i prodotti che vi distinguono. Quali sono le loro peculiarità?
Nelle nostre produzioni privilegiamo la conservazione del gusto della frutta e delle proprietà delle sostanze nutritive in essa contenute. Ci siamo riusciti mettendo insieme cultura, tradizione, le ricette di un tempo, con mezzi moderni. La logica è di fare la confettura a bassa temperatura per tutto il processo produttivo, fino alla pastorizzazione. In questo modo preserviamo al meglio le caratteristiche nutritive e il gusto della frutta.

Perché non usate olio di palma?
Perché fa parte della nostra logica. Per noi era importante avere una ricetta con un contenuto di grassi inferiore a quelle degli altri prodotti sul mercato. La nostra frazione di grassi è quella di un olio di oliva, con una maggiore qualità organolettica.

Oggi anche il mondo “business” sta cambiando rapidamente. Pare che la parola “sostenibilità” sia diventata imprescindibile da un certo modo di fare azienda. Cosa significa per lei sostenibilità, l’essere sostenibili?
Al di là dei proclami cerchiamo di fare delle cose: essere sostenibili partendo dalla produzione. Si passa attraverso la trasformazione, attraverso metodi che risparmino energia come con la cogenerazione e la trigenerazione. Abbiamo poi la parte più importante: l’azienda deve vivere nel territorio. Ecco che le risorse umane provengono da queste terre, con le quali manteniamo un certo tipo di condivisione. Ancora oggi siamo un’azienda di famiglia, per continuare a fare un cammino insieme.

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