In Burkina Faso c’è chi sfida la desertificazione per salvare la propria terra

Il Burkina Faso è uno dei paesi più colpiti dalla desertificazione, che sta lasciando il paese nella morsa della scarsità d’acqua, del degrado del suolo e delle crisi umanitarie. In un reportage, le speranze di un popolo che lotta per la propria terra.

in collaborazione con Davide Lemmi

“Facciamo quel che possiamo per far crescere il miglio, ma la stagione delle piogge dura sempre meno e questa terra non produce più”. Non molto lontano dal suo villaggio, nelle zone rurali del distretto di Ouagadougu nel nord del Burkina Faso, Moussa alza lo sguardo completamente sfibrato. Gronda di sudore mentre con il fratello Idriss tenta di dissodare il terreno grazie ad un rudimentale aratro di legno. Cerca di sospingere il suo asino mentre Idriss preme con tutto il suo peso il vomere per scalfire il piccolo campo riarso.

In alcuni punti il suolo di questa regione semi-arida ha la superficie dura come il cemento, in altri è invece sabbioso e incoltivabile. Tranne che per qualche arbusto spoglio e degli sporadici alberi, l’orizzonte è brullo, polveroso e incandescente. Qui la natura stessa trasmette sofferenza. “Ora siamo minacciati anche dagli allevatori che vogliono impossessarsi delle ultime terre fertili. Se le cose continueranno così, dovremo trasferirci”, afferma disilluso Idriss.

Chi lotta per la terra in Burkina Faso
Due uomini camminano in una zona desertificata a nord di Ouahigouya nella provincia di Yatenga in Burkina Faso © Marco Simoncelli, Davide Lemmi

I cambiamenti climatici nel Sahel

I due agricoltori burkinabé vivono le stesse drammatiche dinamiche di insicurezza alimentare e instabilità affrontate oggi da milioni di persone dell’Africa subsahariana a causa dei cambiamenti climatici in atto. Le regioni settentrionali del Burkina Faso, come tutta la fascia del Sahel, soffrono da decenni le conseguenze della desertificazione, del degrado del suolo e dei sempre più frequenti periodi di siccità.

Ogni anno nel mondo, secondo le stime dell’Onu presentate recentemente dallo stesso segretario generale delle Nazioni Unite in occasione della Giornata mondiale per la lotta alla desertificazione e alla siccità, a causa di questo processo climatico-ambientale vengono perse 24 miliardi di tonnellate di suolo coltivabile e le conseguenze economiche della desertificazione e del degrado della terra arrivano a far perdere 490 miliardi di dollari l’anno. Le ripercussioni sono enormi e gravi. Sempre secondo i dati delle Nazioni Unite, il sostentamento di almeno 1 miliardo di persone in oltre 100 paesi è messo a rischio dall’avanzata del fenomeno.

L’avanzata del deserto

Le aree più colpite sono l’Africa subsahariana e in particolare il Sahel, dove il degrado ambientale è stato molto rapido, ha portato alla scomparsa di ampie distese coltivabili e minacciato il bestiame. Il quadro negativo è aggravato da una povertà diffusa, dalla scarsa scolarizzazione, dall’isolamento del territorio oltre ad una crescente instabilità politica che porta alla mancanza di investimenti per lo sviluppo. Non è un caso se secondo le previsioni, ben 60 dei 135 milioni di profughi climatici causati dalla desertificazione entro il 2035 saranno costretti a spostarsi proprio dall’Africa subsahariana verso Nord Africa ed Europa.

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La desertificazione è un processo spesso irreversibile che riguarda la superficie terrestre in cui è scomparsa la biosfera e i cui suoli si sono degradati perdendo elementi nutritivi e dunque fertilità. Il suolo aumenta di salinità e si intensificano anche i fenomeni erosivi e gli smottamenti così come le manifestazioni climatiche estreme.

Chi lotta per la terra in Burkina Faso
Una famiglia al lavoro per far crescere del miglio nella regione del Nord in Burkina Faso © Marco Simoncelli, Davide Lemmi

Desertificazione e crisi umanitarie

Nel 1994, proprio a seguito di numerose e sempre più frequenti crisi umanitarie causate da carestie nel Sahel, venne redatta la Convenzione delle Nazioni Unite contro la desertificazione (Unccd) per lottare contro il fenomeno, definito come “degrado del suolo nelle aree aride, semi-aride e secche sub-umide risultante da vari fattori tra cui variazioni climatiche e attività umane”. Questi ultimi due punti sono gli elementi chiave per evidenziare le cause collegate direttamente e indirettamente all’uomo. Il riscaldamento globale fa aumentare la temperatura nel Sahel e diminuire le precipitazioni stagionali che diventano rare e troppo intense. A ciò si aggiunge l’azione umana diretta, vale a dire la deforestazione, lo sfruttamento agricolo troppo intenso sui pochi terreni fertili e lo stress idrico sui bacini acquiferi superficiali e sotterranei.

In tutta la fascia del Sahel, dove terre e risorse stanno diminuendo, è proprio l’aumento demografico a mettere ancor più sotto pressione l’ambiente. Ciò aggrava il degrado della terra e, stando alle previsioni, la situazione non farà che peggiorare. Infatti, secondo le Nazioni Unite, la popolazione, attualmente di circa 75 milioni di persone, triplicherà entro il 2050 raggiungendo quasi i 200 milioni.

Senza un intervento diretto sulle politiche di sviluppo sostenibile della regione e sul recupero delle terre degradate, i fenomeni migratori continueranno ad aumentare come anche l’instabilità generata dalla corsa alle poche risorse rimaste.Djimé Adoum, segretario esecutivo del Comité permanent inter-Etats de lutte contre la sécheresse dans le Sahel (Cilss)
Chi lotta per la terra in Burkina Faso
Una rifugiata interna burkinabé trasporta suo figlio in bicicletta sotto il sole infuocato nella periferia di Ouagadougou © Marco Simoncelli, Davide Lemmi

Il caso del Burkina Faso

Il Burkina Faso ne è un esempio. È una nazione povera, al 183esimo posto per indice di sviluppo umano, con una popolazione di 20 milioni di abitanti che per l’80 per cento vive solo di agricoltura e allevamento, e di cui il 45 per cento è al di sotto della soglia di povertà. Ma soprattutto è un Paese in piena emergenza climatica. Infatti un terzo del suo territorio nazionale è degradato, pari a oltre 9 milioni di ettari di terra produttiva, un’area che si espande a una media di 360mila ettari all’anno come stimano le Nazioni Unite. A ciò si deve aggiungere un calo delle precipitazioni del 15 per cento registrato tra il 2000 e il 2009, e un aumento della temperatura di oltre 0,8 gradi dal 1970 ad oggi.

“La terra degli uomini integri”, come fu battezzato il Burkina Faso nel 1984 dal Presidente rivoluzionario e icona panafricana, Thomas Sankara, fino a qualche anno fa era considerato un Paese immune ai conflitti inter-comunitari e all’avanzata jihadista nel Sahel, o quanto meno non ne mostrava segni evidenti come invece i vicini Mali e Niger. A partire dal 2015, però, nelle regioni settentrionali sono iniziate le violenze che lo hanno fatto sprofondare nell’instabilità. A ciò si aggiungono le attività dei gruppi terroristici che hanno attuato diversi attacchi e attentati.

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La descrizione del contesto si completa con l’incremento del conflitto inter-etnico, soprattutto nell’ultimo anno, che ha contrapposto gli allevatori seminomadi peul e, fra gli altri, i mossi, per lo più agricoltori stanziali. Le cause che alimentano il rancore diffuso, che dà modo all’estremismo jihadista di infiltrarsi, sono diverse e simultanee. Le aree in cui avviene lo scontro sono le più emarginate, le più povere, quelle in cui la disoccupazione è più alta, e soprattutto quelle dove le terre e le risorse idriche sono state più colpite dai cambiamenti climatici.

Chi lotta per la terra in Burkina Faso
Bambini raccolgono l’acqua in uno dei rari pozzi della zona attorno a Nementenga, non lontano da Boulsa © Marco Simoncelli, Davide Lemmi

La storia di Yacouba Sawadogo

Anche l’anziano contadino burkinabé Yacouba Sawadogo, che nel 2018 insignito del premio The Right Livelihood Award (conosciuto come premio Nobel alternativo) per la sua opera di lotta alla desertificazione attraverso il recupero di antiche tecniche agricole, conosce bene questa situazione: “I conflitti sono generati dall’avidità delle persone. La terra crea divisioni tra la popolazione a causa della sua insufficienza dal mio punto di vista. I conflitti sono dovuti alla mancanza di terra arabile e alla sua svendita. Siamo nati con i nostri genitori che facevano i contadini e ci hanno lasciato in eredità le terre. Se ci mettiamo a svenderle, mentre la popolazione cresce, avremo difficoltà in futuro”.

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Tutte le variabili, dunque, sembrano condurre ad un solo punto focale: la scomparsa inesorabile della terra fertile, il problema di cui parlano i due agricoltori Moussa e Idriss. Lo stesso sui cui profeticamente aveva incentrato le sue politiche il padre della nazione Sankarà più di trent’anni fa con il suo programma di riforme agrarie e di riforestazione.

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