Dalle Langhe alla Calabria, dal Delta del Po alle colline toscane: le esperienze premiate da Cia creano comunità e opportunità nelle aree rurali.
C’è tutto il peggio del mondo, in questa storia. Contrabbando di armi in cambio del permesso di sepoltura di veleni mortali, trasportati via mare.
Stavano per fare ritorno in Italia. Nei giorni precedenti hanno lavorato in uno scenario intricato, pericoloso, tra politici somali e italiani, militari e funzionari Onu, servizi segreti e imprese costruttrici, contrabbandieri d’armi e trafficanti di rifiuti tossici. E non era la prima volta che svolgevano reportage da quella regione.
I documenti e i filmati realizzati da Ilaria Alpi e Miran Hrovatin arrivano in Italia solo in parte. Per fare luce sulle cause e sui modi della loro morte non sono bastati due decenni di processi e le indagini due Commissioni parlamentari.
Che cosa avevano scoperto i due giornalisti? L’omicidio dei due giornalisti della televisione italiana è ancora oggi uno dei grandi, tristi misteri nazionali.
Nel paese africano, in quegli anni, agli interessi locali si mescolano gli affari internazionali, politici ed economici. La guerra tra fazioni che i militari dell’Onu (tra cui gli italiani) a stento controllano è avida di armi e denaro. La cooperazione internazionale, di cui le aziende italiane sono parte importante, rischia di diventare anche terreno propizio per traffici illeciti. Come quello, sporchissimo, di rifiuti tossici esportati dall’Italia e sepolti in Africa.
Ma le circostanze della tragedia sono solo l’inizio di un lungo percorso nel quale gli sforzi per svelare i nomi dei mandanti e degli esecutori dell’omicidio delineano a poco a poco uno sporco intreccio di politica, economia, istituzioni, poteri pubblici e privati che continuano a celare le ragioni vere del delitto.
La zona per i giornalisti era diventata pericolosa. Ma sono stati uccisi perché erano giornalisti o sono stati uccisi perché erano, nello specifico, i giornalisti Ilaria Alpi e Miran Hrovatin?
Ilaria Alpi era in Somalia perché stava seguendo dei soldi, 1.400 miliardi di lire provenienti dal Fondo italiano per la cooperazione per l’Africa stanziati nel 1985. Il denaro era stato utilizzato per costruire infrastrutture e per dare impulso all’economia somala. Ma, in che modo un Paese in difficoltà viene aiutato costruendo un’autostrada nel deserto?
Altri soldi erano stati destinati all’acquisto di pescherecci sulla carta donati al governo somalo, ma nella sostanza intestati a una società privata di nome Shifco, il cui proprietario è Omar Mugne.
Si ipotizza che nelle sue inchieste (Ilaria Alpi era già stata lì l’anno prima) fosse incappata in documenti che affermavano che l’Italia, che collaborava nell’operazione dell’Onu per ristabilire la governabilità in Somalia, ufficiosamente fomentava la guerra civile, trasportando le armi tramite quei pescherecci. Armi pagate forse con un abominevole baratto, lo smaltimento di rifiuti tossici. Ecco cosa c’è, presumibilmente, sotto quell’autostrada nel deserto.
Le radici di questa storia sono nella disgregazione dell’Urss. Enormi arsenali smettono di avere importanza strategica e i portoni blindati delle polveriere si schiudono. Enormi quantità di armi in vendita, al miglior offerente. Personaggi intraprendenti, spregiudicati e intelligenti si fanno mediatori tra gerarchi militari ex-sovietici e mercati esteri, mettendo le mani su carichi d’armi da esportare in tutto il mondo.
Questa disponibilità eccita il bisogno di armi di guerriglieri, paramilitari di ogni sperduta regione, ma anche degli eserciti regolari di paesi poveri immersi in guerre civili o scontri con bande di rivoltosi.
La Somalia è uno di questi.
La Somalia è un paese povero. Non ha disponibilità finanziarie. Ma ha le coste, i terreni. Si compra le armi con le coste e i terreni, in cui si possono seppellire rifiuti tossici dei Paesi industrializzati costosissimi da smaltire altrimenti.
C’è tutto il peggio del mondo, in questa storia.
Contrabbando di armi in cambio del permesso di sepoltura di veleni mortali, trasportati via mare.
Ci sono le navi dei veleni, in questa storia. Il nome emblematico è Jolly Rosso, che il governo italiano ha dovuto noleggiare nel 1989 per andare a recuperare in Libano 9532 fusti di rifiuti tossici nocivi esportate in quel luogo illegalmente da aziende italiane. Forse Ilaria Alpi stava rintracciando queste rotte.
Ci sono i pareri ufficiali della commissione d’inchiesta italiana 2004-2006, secondo cui la giornalista è morta per una disgrazia fortuita, mentre era in vacanza, lì con l’operatore Miran Hrovatin.
Ci sono i cantieri della Garowe-Boosaso, la strada della cooperazione, in costruzione tra la città portuale e il capoluogo della regione del Puntland, i cui terrapieni forse sono colmi di rifiuti radioattivi.
Ci sono i servizi segreti militari, i cui funzionari negano d’aver mai ricevuto rapporti sull’omicidio, e negano i contatti con i faccendieri italiani e locali. Salvo poi trovarsi con loro a cena.
Cosa manca, in questa storia e nel libro di Roberto Scardova pubblicato da Edizioni Ambiente da cui abbiamo preso gli spunti di questa scheda? Manca la verità.
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