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I climatologi hanno rilevato una quasi completa perdita di stabilità della corrente del Golfo. Una ricerca mostra che potrebbe essere vicine al collasso.
Gli scienziati del clima hanno rilevato un rallentamento allarmante della corrente del Golfo. Si tratta di uno dei principali “tipping point”, ovvero “punto di non ritorno”, che nei sistemi climatici rappresenta quella serie di effetti che, se esasperati, portano il clima ad un livello di cambiamento nel quale non ci sarà più la possibilità di tornare a quello che conoscevamo prima.
La ricerca, pubblicata sulla rivista Nature, ha riscontrato “una quasi completa perdita di stabilità nell’ultimo secolo” delle correnti che i ricercatori chiamano “capovolgimento meridionale della circolazione atlantica” (in inglese Amoc). Le correnti sono già al punto più lento da almeno 1.600 anni, ma la nuova analisi mostra che potrebbero essere vicine al collasso.
La corrente del Golfo è una corrente oceanica calda dell’emisfero boreale, presente nell’oceano Atlantico settentrionale. Trasporta acqua calda tropicale verso il nord dell’Atlantico, dove si raffredda in prossimità del circolo polare artico. Tale ciclo è di vitale importanza per la mitigazione del clima dei paesi europei che si affacciano sull’oceano Atlantico.
Non solo. Se la corrente si dovesse fermare, le conseguenze sarebbero catastrofiche per tutto il mondo: le piogge da cui dipende l’agricoltura in India, sud America e Africa occidentale si interromperebbero; aumenterebbero le tempeste; si abbasserebbero le temperature in Europa; si innalzerebbe il livello del mare sulla costa est del nord America. Infine, cambierebbero anche gli equilibri della foresta amazzonica e delle calotte glaciali antartiche. Insomma, è un po’ come spegnere l’interruttore che regola il clima nel mondo.
La complessità del sistema Amoc e l’incertezza sugli effetti del futuro riscaldamento globale rendono difficile prevedere la data di un eventuale collasso della corrente del Golfo. Ma il fatto che tali livelli di destabilizzazione si facciano notare già ora è un segnale piuttosto preoccupante per i ricercatori.
David Thornalley, della University college di Londra, il cui lavoro ha mostrato che l’Amoc è al suo punto più debole in 1.600 anni, ha dichiarato: “Questi segnali di stabilità decrescente sono preoccupanti. Ma ancora non sappiamo quando si verificherà un collasso e quanto potremmo esservi vicini”.
Dunque non è noto quale livello di Co2 possa innescare il punto di non ritorno. Per questo motivo, sostiene il team di scienziati, l’unica cosa da fare è mantenere le emissioni il più basse possibile, poiché la probabilità che questo evento di altissimo impatto accada aumenta con ogni grammo di Co2 che immettiamo nell’atmosfera.
Gli scienziati sono sempre più preoccupati per i punti critici di non ritorno. Sono diversi i tipping points che hanno cominciato a manifestarsi, oltre al rallentamento della corrente del Golfo: una parte significativa della calotta glaciale della Groenlandia si sta sciogliendo, minacciando un significativo aumento del livello globale del mare; la foresta pluviale dell’Amazzonia sta ora emettendo più Co2 di quanta ne assorbe; l’ondata di caldo siberiana del 2020 ha portato a preoccupanti rilasci di metano in atmosfera.
Secondo un’analisi dei climatologi pubblicata nel 2019, il mondo potrebbe aver già superato una serie di punti di non ritorno: ma è importante non gettare la spugna. Abbiamo ancora tempo, anche se ne rimane poco, per evitare il collasso. Dobbiamo darci da fare, più in fretta di quanto stiamo facendo ora.
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