Cosa sono i dazi doganali e perché Donald Trump li ha reintrodotti

I dazi doganali servono a proteggere le produzioni locali, scoraggiando il consumo delle merci importate. Ecco perché gli Stati Uniti li hanno reintrodotti.

Giovedì 1 marzo il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato la volontà di imporre dei dazi doganali sulle importazioni di acciaio e alluminio. Le tasse sono state fissate, rispettivamente, al 25 e al 10 per cento. Il miliardario americano ha giustificato la decisione con la necessità di difendere l’industria siderurgica del proprio paese, “decimata da decenni di commercio internazionale scorretto” e “strategica” per garantire la sicurezza nazionale. Ma cosa sono i dazi doganali? E gli Stati Uniti sono davvero, da un lato, vittime di concorrenza sleale (dumping) e, dall’altro, obbligati ad adottare politiche dure per assicurare la difesa dei propri interessi?

Cosa prevede l’articolo 21 dell’Accordo generale sulle tariffe e sul commercio

Per rispondere alle domande è utile fare un passo indietro di due settimane. Alla metà di febbraio, infatti, il dipartimento per il Commercio degli Stati Uniti ha pubblicato un rapporto secondo il quale gli attuali livelli di importazioni delle due materie prime rappresenterebbero una concreta minaccia per la sicurezza. Inoltre, nel documento si sottolinea come il dumping abbia comportato negli ultimi 20 anni un calo del numero di occupati pari al 35% nell’industria dell’acciaio. E al 58%, soltanto tra il 2013 e il 2016, in quella dell’alluminio.

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I dazi doganali sono utilizzati come misura protezionistica per favorire i prodotti domestici anziché quelli importati © Justin Sullivan/Getty Images

Lo studio – commissionato, è bene ricordarlo, dallo stesso governo americano – propone di conseguenza di adottare misure volte a garantire una drastica diminuzione. Ma come agire, concretamente? Donald Trump ha ripescato una norma del 1962, contenuta nel Trade Expansion Act, che consente al presidente di attivare l’articolo 21 del General Agreement on Tariffs and Trade (Gatt), accordo firmato nel 1947 a Ginevra da 23 nazioni, con l’obiettivo di armonizzare le politiche doganali (e, dunque, giocare ad “armi pari” sul mercato internazionale).

Il protezionismo, i dazi doganali e la difesa delle produzioni nazionali

Tale clausola, nota come “National Security Exception” consente, proprio in caso di minaccia alla sicurezza nazionale, di imporre unilateralmente dei dazi doganali senza richiedere un’autorizzazione all’Organizzazione mondiale del commercio (Wto). In pratica, il governo degli Stati Uniti ha deciso di introdurre una tassa (dazio) sulle merci importate, che viene incassata al passaggio alla frontiera (dogana). Si tratta di una politica che costituisce la base dell’approccio economico definito “protezionista”: rendendo più cari i prodotti stranieri importati, si tenta di scoraggiarne il consumo e favorire di conseguenza le imprese locali.

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Donald Trump ha voluto in particolare colpire le importazioni di acciaio © Tom Mihalek/Getty Images

Tali dazi vengono pagati normalmente solo sulle importazioni, come nel caso americano. Ma in alcune zone del mondo sono stati introdotti, al contrario sulle esportazioni: numerose nazioni africane, ad esempio, hanno deciso di tassare le vendite all’estero di alcune materie prime, come il legno, per cercare di guadagnare il massimo da un commercio strategico per l’economia nazionale.

L’imposizione di dazi, tuttavia, spesso non è vista di buon occhio, poiché considerata una forma di concorrenza sleale. Un paese particolarmente ricco di una materia prima o di una produzione, infatti, potrebbe decidere di far leva fortemente sui diritti doganali, creando problemi ai partner importatori. Secondo il Wto, “le opinioni divergono in materia”, ma di fatto “numerosi governi intervengono con misure volte per difendere le loro produzioni nazionali”.

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Il presidente degli Stati Uniti ha invocato una questione di sicurezza nazionale: le materie prime sarebbero strategiche per la Difesa americana © Larry W. Smith/Getty Images

[box title=”Cos’è il dumping”]Per estensione, in economia il dumping è considerato tale anche quando si sceglie di vendere un prodotto ad un prezzo inferiore a quello di fabbricazione (sottocosto), al fine di sbaragliare la concorrenza. In questo caso un’azienda decide di accettare la perdita pur di assicurarsi delle porzioni del mercato e poter poi aumentare i prezzi una volta indeboliti i rivali. Esiste poi il dumping sociale, che consiste nella decisione da parte di un’impresa di utilizzare forza lavoro straniera a costi inferiori a quella locale. Ma si parla di tale tipo di dumping anche con riferimento al caso di un paese la cui regolamentazione del lavoro è resa meno stringente rispetto a quella in vigore in altre nazioni (tipicamente quelle vicine) con l’obiettivo di attirare le industrie sul proprio territorio. Si parla di dumping, inoltre, anche in materia fiscale, quando una giurisdizione impone una tassazione sui ricavi delle imprese decisamente bassa, al fine di attirare capitali stranieri (è la questione dei paradisi fiscali). Infine, è definita dumping ecologico la leva che, allo stesso modo, si può adottare sulle regole in materia di rispetto dell’ambiente, sempre con l’obiettivo di rendersi più concorrenziali.[/box]

Donald Trump invoca una minaccia alla sicurezza nazionale

Nel caso degli Stati Uniti, la quota di acciaio importata sul totale consumato è pari al 27 per cento. Si tratta in particolare di merci in arrivo da Canada, Brasile, Corea del Sud, Messico e Russia (in misura minore, Germania e Cina). “Così perdiamo miliardi di dollari”, ha affermato Trump in un tweet.

Secondo Andrew Lang, docente di Diritto economico all’università di Edimburgo, intervistato sul tema dalla televisione francese France 24, il testo dell’articolo 21 del Gatt “lascia un grande margine di interpretazione”. Ma effettivamente indica che esso può essere utilizzato nel caso in cui occorra proteggere “i prodotti e le materie che servono direttamente o indirettamente all’esercito”. È proprio su questo passaggio che si sono appoggiati il segretario americano al Commercio Wilbur Ross e il consigliere Peter Navarro nel loro rapporto nel quale preconizzavano l’introduzione di misure protezionistiche.

Va detto però che il ricorso alla clausola potrebbe rappresentare un pericoloso precedente. Da quando l’articolo 21 esiste, infatti, è in vigore anche una tacita regola a livello internazionale, secondo la quale si può invocare la norma solo in caso di situazioni davvero estreme. Nella storia, si ricordano solo pochissimi casi: quello del 1949, quando gli Stati Uniti decisero di boicottare alcun prodotti della Cecoslovacchia (in piena Guerra fredda). Quello del 1982, quando l’Europa decise di contrastare l’Argentina durante la guerra della Falklands. E quello del 1985, quando di nuovo gli Stati Uniti decisero di boicottare i prodotti del Nicaragua, all’epoca del conflitto tra i movimenti ribelli appoggiati da Washington e il potere sandinista.

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