La deforestazione in Amazzonia si avvicina al punto di non ritorno

Negli ultimi mesi l’Amazzonia brasiliana è andata distrutta a un ritmo inaudito: ogni minuto scompaiono tre campi da calcio. Rischiamo conseguenze irreversibili.

Nel mese di luglio sono andati perduti 1.345 chilometri quadrati di foresta amazzonica. Per riprendere il paragone proposto da Business Insider, è l’equivalente della superficie dell’intera città di Tokyo. Moltiplicata per due. Già a maggio e giugno la deforestazione era in aumento, ma stavolta ha superato di oltre il 30% il precedente record mensile registrato dal sistema satellitare in uso dal 2015. La deforestazione si mangia tre campi da calcio al minuto, sottolinea il Guardian, ed è ormai sull’orlo del punto di non ritorno. Di questo passo, riparare i danni potrebbe essere impossibile.

Il disinteresse di Bolsonaro per l’Amazzonia

Se l’Amazzonia è nota come il “polmone del Pianeta”, è perché offre servizi ecosistemici inestimabili. Con i suoi 2,1 milioni di metri quadrati di vegetazione, tiene sotto controllo i livelli di CO2 ed emette ossigeno nell’atmosfera, arginando almeno in parte l’avanzata dei cambiamenti climatici. Al suo interno vivono circa quattrocento tribù indigene, che portano avanti tradizioni e culture indissolubilmente legate al territorio.

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A partire dal mese di luglio del 2018, però, l’area soggetta a deforestazione è aumentata del 39 per cento. L’osservato speciale è il nuovo governo brasiliano guidato da Jair Bolsonaro, che fin dalla campagna elettorale aveva fatto intendere di non voler investire troppe energie nella tutela della natura.

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Il nuovo presidente del Brasile Jair Bolsonaro nel giorno dell’investitura © Bruna Prado/Getty Images

I controlli, pochi e inefficaci

I numeri citati da Pacific Standard confermano le aspettative. L’agenzia pubblica per l’ambiente, Ibama, tra il 1° gennaio e il 15 maggio ha comminato soltanto 850 multe per deforestazione illegale, il numero più basso degli ultimi undici anni. Nel 2018 erano state 1.290 nello stesso arco di tempo. Solo nel 2012 ci si aggirava su volumi simili (952 sanzioni), ma all’epoca la deforestazione toccava il minimo storico. Stavolta, invece, aumenta.

Nei primi quattro mesi del 2019 sono stati sequestrati appena quaranta metri cubi di legname illegale, all’incirca come dieci grandi alberi. Nel 2018, sotto l’amministrazione di Michel Temer, ne erano stati confiscati più di 25mila. È improbabile che si assista a un colpo di coda nella seconda metà dell’anno, visto che tutte e sei le operazioni di monitoraggio in programma sono state cancellate o ridimensionate. Difficilmente, poi, i trasgressori si facciano cogliere di sorpresa, visto che da poco Ibama è obbligata ad annunciare in anticipo data e luogo dei suoi interventi. Oltre a smorzarne l’efficacia, questa nuova regola mette a rischio l’incolumità degli agenti.

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Se l’Ibama è così in bilico è anche perché a febbraio il ministero ha licenziato quasi tutti i vertici delle sue divisioni statali (21 su 27). Solo loro però avrebbero l’autorità di pianificare operazioni di controllo efficaci e di comminare le multe più piccole (fino a 129mila euro), che sono la maggioranza. Vive uno scenario simile l’Icmbio (Istituto Chico Mendes per la conservazione della biodiversità), che amministra circa trecento aree protette per conto del ministero. Sono nel limbo 350 multe, per un valore di 37,6 milioni di dollari, perché manca il via libera da parte della presidenza dell’istituto, che è stata sostituita a più riprese in pochi mesi.

popoli indigeni, Brasile
Angra dos Reis. Una manifestazione di piazza dei popoli indigeni, che rivendicano i propri diritti territoriali © Mario Tama/Getty Images

I dati peggiorano di mese in mese, ma il governo è scettico

I confini del Brasile contengono quasi due terzi del bacino del Rio delle Amazzoni. Negli ultimi cinquant’anni ne sono stati bruciati o disboscati circa 778mila chilometri quadrati, circa un quinto della superficie totale. Un’area più grande di quella del Texas. E bisogna aggiungere tutte quelle zone più piccole, e quindi quasi impossibili da misurare con esattezza, in cui la foresta è degradata o frammentata. Eppure, tra il 2006 e il 2012 il problema era stato affrontato con successo e il tasso di deforestazione si era ridotto addirittura dell’80 per cento. Le amministrazioni successive però non sono state altrettanto scrupolose. Già lo scorso anno la deforestazione ha fatto un balzo in avanti del 13 per cento e tutti gli indizi concordano sul fatto che il 2019, primo anno della presidenza di Bolsonaro, sarà di gran lunga peggiore.

Anche come risposta alla crescente indignazione internazionale, l’esecutivo di Brasilia mercoledì 31 luglio ha convocato per una riunione d’urgenza i vertici dei ministero dell’Ambiente e di quello della Scienza e tecnologia, insieme alle agenzie deputate alle osservazioni satellitari e alla tutela delle foreste. A detta di alcune fonti anonime citate dal Guardian, tuttavia, il primo punto all’ordine del giorno è stato una critica ai dati. Pare che l’amministrazione sia alla ricerca di un nuovo sistema di monitoraggio, nonostante quello attuale sia ritenuto uno dei più attendibili al mondo.

La foresta amazzonica rischia di diventare una savana

Secondo un’analisi pubblicata da The Intercept, a livello locale già si segnalano conseguenze tangibili sul clima. Se perdessimo un altro 20 per cento della foresta amazzonica brasiliana, si innescherebbe una reazione a catena – nota in termini tecnici come deperimento forestale – che porterebbe la parte rimanente a inaridirsi ed essere soggetta a frequenti incendi. In altre parole, afferma il Guardian citando diversi scienziati, l’Amazzonia brasiliana potrebbe diventare una savana, con una capacità estremamente limitata di assorbire CO2 dall’atmosfera. A quel punto, nessun intervento umano potrebbe più salvarla.

 

Foto in apertura © Mario Tama/Getty Images
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