Donald Trump ha vinto le elezioni americane. È lui il 45esimo presidente degli Stati Uniti

Ribaltando ogni pronostico, Donald Trump ha vinto le elezioni americane. È il 45esimo presidente degli Stati Uniti. Crollano borse e mercati.

“Faremo l’America di nuovo grande”, ha tuonato Donald Trump davanti agli invitati e ai giornalisti, raccolti nello sfarzoso Hilton di Midtown, a New York. Alle 02:40 ora locale (ora di New York) e i dati mostrano quello che quasi nessuno pensava possibile. Ha superato la soglia magica dei 270 voti dei grandi elettori necessari su 538. Il silenzio è sceso improvvisamente a meno di tredici isolati di distanza, nel quartier generale democratico, all’annuncio della vittoria repubblicana del Michigan e del Wisconsin, stati diventati chiave durante la notte dopo la conquista della Florida da parte di Trump.

Trump alla Casa Bianca

Una svolta che ha colto di sorpresa i mezzi d’informazione e i sondaggisti. E forse il mondo intero. È sembrato quasi impossibile che il candidato, giudicato “il più inadatto della storia” a guidare la superpotenza americana, da gennaio siederà alla Casa Bianca. Pur partendo da non favorito, il candidato ha conquistato tutti gli stati chiave, compresi Ohio e North Carolina ottenendo ben 310 grandi elettori, contro i 228 di Hillary Clinton. Un dato che mostra una vittoria schiacciante, nonostante al conteggio del voto popolare la candidata democratica abbia ottenuto nettamente più voti.

A Washington poi, Trump troverà l’appoggio di un Congresso saldamente controllato dai repubblicani, che hanno 51 poltrone su 100 al senato e ben 293 alla camera (su 435). In questo modo non avrà alcuna opposizione nella scelta di un nuovo giudice della Corte suprema, né opposizione per cancellare la riforma sanitaria Obamacare, perseguire un’agenda energetica fortemente incentrata sui combustibili fossili e realizzare le sue proposte per fermare l’immigrazione.

Donald Trump primarie Usa
Donald Trump ha sbaragliato i suoi avversari alle primarie di New York ©Andrew Renneisen/Getty Images

L’affluenza alle urne narra una storia ben precisa. Tanti americani insoddisfatti dalla politica tradizionale sono tornati a votare per l’outsider, per l’uomo contrario all’establishment. Un’America arrabbiata e silenziosa, che non si informa sui classici mezzi del giornalismo americano, che non riconosce nemmeno Fox news, da sempre un megafono delle politiche repubblicane. Un’America fatta di donne e soprattutto uomini che hanno scelto un presidente lontano dai toni della politica classica, che ha saputo raccogliere voti basando la sua campagna sulle paure più intime degli americani: immigrazione, recessione, corruzione della classe politica.

I primi 100 giorni di Donald Trump

L’agenda dei cento giorni del neopresidente, che sarà nominato ufficialmente il 20 gennaio 2017, è stata ampiamente delineata nelle scorse settimane. “Per prima cosa rinegozierò il Nafta, uno dei peggiori accordi siglati dal nostro paese”, ha dichiarato a fine ottobre Trump. Il rifermento è all’accordo di libero scambio che riguarda Stati Uniti, Messico e Canada. Sul tavolo anche l’annullamento del Ttp, l’accordo commerciale con i paesi del Pacifico, fortemente osteggiato dalla Cina, ma voluto dall’amministrazione del presidente uscente Barack Obama. Il presidente degli Stati Uniti ha il potere di rescindere i trattati.

Dunque anche l’appoggio degli Stati Uniti al neonato Accordo di Parigi contro i cambiamenti climatici è a rischio. “Grazie agli ordini esecutivi, Donald potrà cancellare questi trattati fin dalle prime ore del suo mandato”, ha dichiarato Stephen Moore, consigliere di Trump. A Washington poi, Trump troverà l’appoggio di un Congresso saldamente controllato dai repubblicani che hanno saputo contenere l’avanzata democratica. In questo modo non avrà alcuna opposizione nella scelta di un nuovo giudice della Corte suprema, né opposizione per cancellare la riforma sanitaria Obamacare, perseguire un’agenda energetica fortemente incentrata sui combustibili fossili e realizzare le sue proposte per fermare l’immigrazione.

Legalizzazione della marjiuana e pena di morte

Altri due grandi temi  sono stati protagonisti alle urne grazie a referendum a livello statale: la legalizzazione della marjiuana a scopo terapeutico e ricreativo e l’abolizione della pena di morte. In entrambi i casi ad attirare i riflettori è stata la California che ha aperto un mercato da 6 miliardi di dollari per l’uso ricreativo della cannabis, grazie a una grande affluenza al voto.

Dall’altro lo stato ha fallito nell’abolire la pena di morte (Proposition 62, solo 46 per cento dei voti a favore) dando invece l’okay alla riforma dei processi con pena di morte (Proposition 66, con oltre il 51 per cento dei voi) che di fatto accelererà l’escussione di ben 750 condannati presenti oggi nel braccio della morte. Lo stato non eseguiva una condanna dal 2006. Stesso risultato in Nebraska, che ha visto annullare l’abolizione della pena di morte avvenuta nel 2015.

La marjiuana è stata legalizzata anche in altri sei stati: Massachussets, Maine, Nevada per uso ricreativo, Florida, North Dakota e Arkansas si sono espressi a favore dell’uso medico della marijuana.

Le reazioni di borse e mercati

Wall Street e gli altri mercati attendono trepidamente l’apertura degli scambi per capire come il mondo finanziario globale reagirà a questa notizia. Intanto Tokyo perde oltre il 5 per cento e Hong Kong il 3,4 per cento, segno del nervosismo che già ha preso piede nel mondo finanziario. Il prezzo dell’oro è schizzato di 2,3 punti nel giro di poche ore, una reazione tipica in momenti di crisi, dove gli investitori si gettano su beni rifugio.

Secondo l’agenzia di rating Moody’s, il candidato non è affatto destinato a “fare l’America di nuovo grande” (Make America great again, era il suo slogan). Secondo gli analisti newyorkesi la sua presidenza potrebbe costare due anni di recessione e centinaia di migliaia di posti di lavoro persi. Il piano di riduzione delle tasse favorirà soprattutto la fascia più benestante dei cittadini, ampliando ulteriormente il gap tra ricchi e poveri. Mentre per quanto riguarda la possibile svolta protezionista – il candidato ha proposto una tassa pari al 20 per cento su tutte le importazioni – potrebbe fortemente rallentare gli scambi commerciali, danneggiando in particolare il Messico e la Cina, ma con riflessi anche sull’export italiano dei settori del lusso. Intanto il peso, la moneta messicana, ha perso il 12 per cento, un deprezzamento record che farà schizzare alle stelle i tassi d’interesse, rallentare pericolosamente l’economia messicana, anche a fronte della potenziale riduzione delle rimesse dei migranti messicani presenti sul suolo americano che valgono miliardi di dollari.

Un problema o un’opportunità per l’Europa?

Gli impatti economici si ripercuoteranno di sicuro anche sugli stati dell’Unione europea, mentre dal punto di vista delle alleanze, Bruxelles si troverà a dover fare i conti con un amico ingombrante e potenzialmente pericoloso. Per l’Unione europea, dunque, è più importante che mai ergersi a baluardo democratico delle relazioni internazionali, delle politiche ambientali e di sviluppo sociale, in chiave inclusiva e progressista.

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