L'Unione fa la Terra

Economia circolare, l’Unione europea fa sul serio. Cosa dice il piano d’azione votato dal Parlamento

Restituire alla natura più di quanto le si sottrae è una necessità. Il piano sull’economia circolare dell’Unione europea ci indica la direzione da seguire.

Immaginiamo una linea retta che parte dal campo di cotone, prosegue fino allo stabilimento dove si confeziona una t-shirt, arriva alla vetrina e da lì al nostro armadio. Dopo averla indossata per un paio di stagioni, la t-shirt è ormai bucata per i troppi lavaggi e finisce nel cestino della spazzatura. La nostra linea retta si interrompe. Ora immaginiamo di trasformare la nostra t-shirt in una fascia per capelli, di ricucirla, oppure di riportarla al negozio. O magari che sia di qualità migliore e dopo un paio di stagioni sia ancora intatta e sgargiante come quando l’abbiamo sfoggiata la prima volta. La nostra linea si è piegata, fino a diventare un cerchio. Ecco, in fondo l’economia circolare è proprio questo. È un salto di paradigma di cui il nostro Pianeta ha profondamente bisogno. Ed è la direzione verso la quale l’Unione europea si è messa in marcia con convinzione.

Via libera al Piano d’azione sull’economia circolare

574 voti favorevoli, 22 contrari e 95 astenuti: questo il verdetto espresso dal Parlamento europeo, riunito per la plenaria di febbraio 2021, sul Piano d’azione sull’economia circolare che la Commissione aveva presentato a marzo del 2020. Ora il documento, pilastro del Green Deal europeo, passerà al vaglio del Consiglio. Spetterà poi alla Commissione il compito di approvare le varie misure previste, seguendo un cronoprogramma che si snoda nei prossimi cinque anni. “Non c’è più tempo per le esitazioni”, ha detto il Commissario europeo all’Ambiente Virginijus Sinkevičius rivolgendosi all’Eurocamera. “Il Piano d’azione sottolinea la necessità di ridurre il nostro impatto in termini di consumi, di riportarlo entro i limiti del Pianeta, e di spostarci verso un modello economico che restituisce alla Terra più di quello che le toglie”.

A livello globale, l’estrazione e la lavorazione delle risorse – ha ricordato Sinkevičius – sono causa della metà delle emissioni di gas serra e di oltre il 90 per cento della perdita di biodiversità e dello stress idrico. Considerato che il consumo di biomasse, combustibili fossili, metalli e minerali è destinato a raddoppiare nei prossimi quarant’anni, e la produzione annuale di rifiuti avanza spedita verso un aumento del 70 per cento entro il 2050, dissociare la crescita economica dall’uso delle risorse è una necessità alla quale non ci possiamo più sottrarre.

Il Parlamento europeo alza la posta

Nel dare il via libera al Piano d’azione, però, il Parlamento europeo ha voluto rilanciare. Anche se l’iniziativa legislativa spetta alla Commissione, infatti, l’Eurocamera in sede di approvazione con il Consiglio ha il potere di modificare il testo.

Innanzitutto non basta più una generica promessa di ridurre l’uso di materie prime vergini e i relativi impatti ambientali: servono obiettivi vincolanti e basati sulla scienza, da raggiungere già entro il 2030. Obiettivi che ci indicano come gestire i rifiuti, certo, ma anche come evitare che le risorse diventino rifiuti. Un tema molto caro a Simona Bonafè, europarlamentare dell’Alleanza progressista di Socialisti e Democratici: “Se la circolarità sta nel fatto che il prodotto abbia la vita più lunga possibile, la prevenzione della produzione di rifiuti è veramente il termometro con cui si misura un sistema di economia circolare”.

Ancora, il Parlamento europeo chiede che ogni Stato membro introduca obiettivi minimi vincolanti sugli appalti verdi, cioè quelli cui gli enti pubblici acquistano beni e servizi a minore impatto ambientale. “In caso contrario, chiediamo di riciclare ma rischia di rimanere tutto fermo perché non c’è mercato per le materie prime seconde”, spiega Bonafè.

Sono sette le catene del valore su cui si focalizzeranno gli sforzi delle istituzioni. Già lo scorso dicembre la Commissione si è attivata per aggiornare la legislazione su pile e batterie, divenuta quanto mai urgente al termine di un anno in cui è stata sfondata la soglia del milione di auto elettriche e ibride vendute, nonostante l’inevitabile flessione dovuta al coronavirus. Poi ci sono gli imballaggi e la plastica su cui l’Unione ha già preso decisioni coraggiose, come quella di vietare l’uso di alcuni articoli usa e getta. Altro comparto in cui bisogna cambiare rotta al più presto è il tessile. Certo, il lockdown ha portato una battuta d’arresto, con un crollo delle vendite in Europa compreso tra il 22 e il 35 per cento rispetto al 2019 (lo dice il report The state of fashion 2021 di McKinsey). Ma non può farci dimenticare che ognuno di noi in media consuma 26 chili di prodotti tessili l’anno e ne getta 11 nella spazzatura. Poi ci sono elettronica e informatica, dove urgono norme contro l’obsolescenza programmata; costruzioni ed edilizia, protagoniste della “renovation wave” annunciata da Ursula von der Leyen; e l’alimentare, tuttora caratterizzato da un’inaccettabile incidenza dello spreco, soprattutto domestico.

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L’industria della moda è responsabile del 10 per cento dell’inquinamento globale © China Photos/Getty Images

La sostenibilità inizia dal design

In realtà è da tempo che le istituzioni europee si occupano di economia circolare. Nel 2018 era entrato in vigore un primo pacchetto che ci aveva lasciato in eredità princìpi molto rilevanti sul fine vita dei prodotti, come i target di riciclaggio di imballaggi e rifiuti urbani e i limiti alla quota di rifiuti da smaltire in discarica (che nel 2035 non dovranno superare il 10 per cento del totale). L’Italia si è comportata molto bene, con un balzo in avanti nel recupero e riuso dei materiali che le ha fatto conquistare il quarto posto dopo Paesi Bassi, Francia e Belgio.

Ma il nuovo piano d’azione fa un salto di qualità perché va ben oltre i rifiuti e riflette un approccio olistico, “nella consapevolezza che solo un orientamento globale, capace di garantire i principi di circolarità e sostenibilità in tutte le fasi della catena del valore, possa trasformare la nostra economia in una vera economia circolare”, sostiene Aldo Patriciello, eurodeputato del Partito popolare europeo, che si definisce soddisfatto del testo approvato. Anche Patriciello, come Bonafè, fa parte della Commissione per l’ambiente, la sanità pubblica e la sicurezza alimentare (Envi).

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Se ci focalizzassimo solo sul fine vita, infatti, perderemmo di vista un dato cruciale: l’80 per cento dell’impatto ambientale di un prodotto si definisce nella sua fase di progettazione. Fino a oggi i criteri di ecodesign erano stati imposti soltanto per i prodotti legati all’energia, ma “abbiamo chiesto alla Commissione di estendere l’ambito di applicazione della direttiva anche ad altri settori”, spiega Patriciello. I cittadini, da parte loro, meritano di avere tutti gli elementi per spendere il loro denaro con cognizione di causa. “Oltre all’Ecolabel, abbiamo chiesto di andare nella direzione di un’etichettatura verde sull’impatto ambientale dei prodotti”, fa sapere Bonafè. Tra non molto, quando ci aggireremo tra le corsie di un negozio di elettronica indecisi tra un modello e l’altro di stampante, potremo quindi scegliere non solo in base al prezzo e alle funzionalità, ma anche alla sua durata di vita stimata e alla possibilità di aggiustarla dopo un guasto.

Vaia, il bosco delle Dolomiti rivive in musica

“L’economia circolare è una cosa semplice. È rispetto per la materia prima, rispetto per ciò che abbiamo intorno a noi. Significa dare un valore al lavoro delle persone e degli oggetti che acquistiamo. Significa usare la testa per usare in modo più intelligente ciò che abbiamo”.

Parola di Federico Stefani, giovane imprenditore originario della Valsugana. Quando nell’autunno del 2018 la tempesta Vaia ha raso al suolo in poche ore i meravigliosi boschi alpini del nord est, Federico si è messo all’opera per creare qualcosa a partire da quel duro scossone inferto dalla natura. Qualcosa di nuovo, iconico, denso di significato. Dall’incontro con Paolo e Giuseppe nasce Vaia, una startup che realizza casse per smartphone con il legno degli alberi abbattuti. Ogni amplificatore è un pezzo unico, perché uniche sono le venature del legno che i falegnami seguono per creare la spaccatura. Per ogni pezzo venduto, inoltre, la startup si impegna a piantare un albero.

Per Vaia il 2020 è stato un anno denso di soddisfazioni. Più di 25mila i Vaia Cube che sono stati spediti dalla falegnameria e hanno raggiunto gli Usa, la Cina, il Sudamerica, ma anche le camerette dei ragazzi alle prese con la didattica a distanza. Le fiere e i grandi eventi, cancellati dal calendario a causa della pandemia, hanno lasciato il posto a iniziative diverse ma altrettanto apprezzate. Come l’adozione della meravigliosa galleria a cielo aperto Arte Sella di Borgo Valsugana; oltre 4mila persone hanno scelto di acquistare un Vaia Cube abbinato a un biglietto valido per tutto il 2021. Oppure la prima piantumazione pubblica del 25 ottobre (“sono arrivate persone da Perugia e da Pordenone per piantare il loro albero in Trentino”, ci racconta Federico) e il compleanno festeggiato l’8 novembre con una giornata di conferenze digitali sulla sostenibilità.

Certo, puntualizza Federico, nella quotidianità di una startup non è sempre tutto rose e fiori. Soprattutto quando vende un oggetto artigianale che è l’esatto opposto rispetto a quelli fatti in serie e recapitati a casa in 24 ore. Ma Vaia va avanti, e già pensa a nuovi prodotti e nuove aree d’Italia in cui lavorare. “Siamo orgogliosamente una startup perché vogliamo che l’impresa crei valore sul territorio, senza depauperarlo e coordinandosi con la comunità locale”, conclude Federico.

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Giuseppe, Federico e Paolo, i tre ideatori di Vaia

Una rinascita circolare dopo la pandemia

Quella di Vaia è una delle eccellenze di cui, come italiani, possiamo andare fieri. E per fortuna non è l’unica: esiste anche un atlante che ne raccoglie cento. “Nel nostro paese abbiamo alcuni casi virtuosi, alcuni cicli che funzionano molto bene, ma ora dobbiamo lavorare perché diventino sistema. È un percorso che dobbiamo fare”, sostiene Bonafè.

In tal senso, il delicato periodo che stiamo vivendo è un’opportunità da non perdere. Perché dobbiamo risollevarci dalla crisi legata alla pandemia e per farlo abbiamo a disposizione il fondo Next generation Eu da 750 miliardi di euro. Il suo strumento principale, il recovery and resilience facility, impone che il 37 per cento dei prestiti e finanziamenti sia stanziato per gli obiettivi del Green Deal europeo, il piano per azzerare le emissioni nette del Continente che proprio sull’economia circolare fa perno in modo determinante. “C’è stato un momento in cui sembrava che la crisi pandemica avesse azzerato tutto, invece la barra è stata tenuta dritta”, commenta Bonafè. “Questo è un successo enorme, un cambio di prospettiva”.

L’Europa, in sintesi, ha lanciato un segnale che va colto senza indugi. “Attenzione: i governi nazionali sono chiamati a varare misure legislative che vadano verso la direzione ambientale auspicata dall’Ue e potranno accompagnare questo percorso attraverso l’utilizzo di ingenti risorse messe a disposizione”, precisa Patriciello. Qualche cifra? “Per quanto concerne l’Italia, quasi 69 miliardi di euro saranno destinati a finanziare attività collegate alla rivoluzione ecologica”, continua. Insomma, i finanziamenti ci sono. Agli stati membri l’onore e l’onere di impiegarli nel modo più virtuoso e costruttivo possibile. Le istituzioni saranno vigili, assicura Bonafè. “Abbiamo chiesto alla Commissione di essere molto rigida sul rispetto di queste condizionalità, più ancora di quelle macroeconomiche. Il 37 per cento dev’essere destinato ai progetti contro i cambiamenti climatici, e noi vogliamo vedere questi progetti”.

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